Calcutta a Villa Ada: considerazioni amare sulla contemporaneità

L’8 luglio 2016 andai a vedere Calcutta a Villa Ada e ancora lo rammento mio malgrado.
Probabilmente chiunque viva troppo lontano dal Raccordo non sa di cosa sto parlando, o almeno me lo auguro. Calcutta è un trentenne che da piccolo è caduto nel pentolone del disagio, circostanza che gli ha fatto sviluppare questo superpotere di trasudare disaggio e di esprimerlo in musica.
Sviluppatosi negli ambienti che generosamente potremmo definire “off” dell’ex periferia romana, è un prodotto della gentrificazione hipsterizzata, di quel sottotitpo di hipster nel quale i livelli di disagggio, superata una soglia di tolleranza, si fondono con lo snobbismo annullandolo e creando una figura per metà uomo per metà disaggggio e per metà errori aritmetici.
Dalla sua ha una voce sporca e vagamente cantautorale e una propensione a infilare nelle canzoni strofe bizzarre e non sequitur come “suona una fisarmonica / fiamme nel campo rom / tua madre lo diceva / non andare su YouPorn”, cosa che attira l’attenzione e per un po’ ti porta a domandarti se e dove sussista dell’Arte in quelle canzoncine brevi e sbilenche, prodotte malissimo con tutti i volumi sbagliati in pieno stile low-fi-chic, una cosa che nel 2016 suonava molto ma molto contemporanea.
Diventa strafamoso con “Cosa mi manchi a fare”, canzoncina catchy accompagnata da un video molto grazioso. Per me è stato sufficiente per guardarmi dentro e dire a me stesso: ma tu, che non ascolti più musica di oggi, che rimani agganciato alle cose che ti piacevano negli anni 90 e tra l’altro ne rimani pure deluso, ma tu, dico proprio tu, perché non provi a guardarti un po’ intorno?
Calcutta era lì. Le canzoncine erano catchy. Il video col bangla minorenne era grazioso. Gli ho dato una possibilità.
Il disco che ha fatto da traino al concerto cui ho avuto la sventura di assistere era “Mainstream”, 40 minuti di musichette con strofe talmente magnetiche che perfino io, che ho la memoria a breve termine di un colibrì, le ho imparate al secondo ascolto. La struttura delle canzoni è più o meno la stessa: attacca a cantare subito, spesso strillando, alterna descrizioni banali alle trovate bizzarre sopra citate, lavora (vabbè) di sottrazione, mozzando i momenti strumentali o gli intro non cantati.
E’ stato facile imparare tutto il disco a memoria e io ero contentissimo, perché quello era l’unico disco da lui fatto.

Non era vero.

Prima di descrivere il concerto, una parola va spesa sulla classe di bambini dell’asilo che, pur avendo staccato migliaia di biglietti per quella serata, avevano comunque deciso di farci entrare tutti dallo stesso strettissimo ingresso, creando una folla che manco per vedere gli Iron Maiden.
Grazie per ricordarci che a Roma non riusciamo a fare mai bene un cazzo, neanche il concerto di uno che tre mesi prima non avrebbe riempito neppure il salotto di casa sua.
Come dicevo sopra, purtroppo Calcutta aveva inciso un altro disco, che se lo avessi ascoltato probabilmente quei dodici euri li avrei spesi in Peroni, rispettando tra l’altro i dettami di questa sottocultura insopportabile che infighettisce cose squallide come il negozio del bangla o il paracetamolo.
Le canzoni dell’altro disco non è che sono meno belle di quelle di Mainstream, o sono diverse o più immature: sono proprio canzoni di merda.
Una cosa oscena, raffazzonata, amatoriale, il cui sunto estetico non può che stare più che comodo nell’espressione brutto in culo.
Il concerto fu un pienone, ci si muoveva a stento. Era pieno per il 99% di regazzini non come li potrebbe definire un trentenne, ma proprio regazzini anagrafici.
Poi Calcutta ha fatto il bis, una versione ballad di Cosa mi manchi a fare e, dal sanguinamento delle orecchie del mio corpo e di quelle della mia anima, ho capito tutto: ero cascato anche io nella trappola del lo-fi-chic…l’attrattività di quelle canzoni stava tutta nella resa accartocciata, sghemba, disallineata, una cosa che per una ventina di minuti ti fa sentire figo, perché perfino io saprei equalizzare meglio quelle tracce: siamo all’ultima frontiera del Vintage…non si torna indietro solo con lo “stile”, ma con tutta la Struttura.
Il trentenne ne è contento (per poco) perché viene catapultato in un passato che per forza di cose è migliore di questo presente ORENDO, il pischello pensa di avere a che fare con una cosa off, irregolare, diversa, e se ne compiace assai.
Chiedo scusa.
Sono mortificato.

Santissimi Pink Floyd, pregate per me. Beati Smashing Pumpkins, pregate per me. San Marilyn Manson fino a Mechanical Animals, prega per me. Santi Radiohead e Santissimi Massive Attack, pregate per me. Santa Bjork prima del break down psicotico, prega per me.
San Rino Gaetano, che mi sei sempre stato sul cazzo, ma che con un soffio potresti spazzare via dalla scena romana tutta questa orripilante monnezza, prega per me.

FINE.

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