Interstellar

Interstellar (C. Nolan, 2014)
Ovvero: Kubrick did it!

Dice, andiamoci a vedere un film di fantascienza di quasi tre ore, di un regista noto per la sua verbosità e per la sua passione per i piani narrativi infilzati a spiedino, con l’aura del nuovo Spielberg ma con ambizioni più alte. Poi c’è pure il nome di Kubrick nominato invano nelle varie entusiastiche recensioni, per cui ero carico a molla e pronto a storcere il naso così tanto da farmelo cadere dalla faccia, rimbalzare per terra e risalirmi su per il culo, facendomi cadere il monocolo per la sorpresa. Premessa d’obbligo è che, per fortuna, di Kubrick (2001 era il paragone improvvidamente agitato) c’è ben poco, ad eccezione di qualche divertente citazione come il robot a forma di monolito, qualche riflesso psichedelico sul casco del carapace rinsecchito di McConaughey, facce scioccate dalle distorsioni spazio-temporali e sta fissa di mostrare gli intraducibili nuovi stati della materia in forma di stanze (per Kubrick/Clarke era una camera da letto, per Nolan, che evidentemente soffre di un legittimo complesso di inferiorità, è una libreria, perché la libreria fa subbito curtura).
SPOILER ALERT: per sapere come va a finire questo film, guardatevi una qualsiasi puntata di Futurama.

Insomma questo film di Nolan è molto bello per essere un film di fantascienza americano, se il termine di paragone è Armageddon (cui assomiglia molto per il livello dei dialoghi), meno bello diventa quando cerca di parlare del senso dell’esistente o peggio di fisica quantistica. In questo senso è una specie di brutto bignami di matematica applicata, uno “String Theory for Dummies” che commette l’errore grossolanissimo di porre una mole enorme di domande e di dare tutte le risposte, senza neanche cercare di camuffarle, ma affidandole a estenuanti dialoghi tra gente di scienza (questo lo sappiamo perché ogni tanto la pelle liquefatta di McConaughey dice ad Anne Hataway “tu sei una scienziata”, in modo da convincere sia lei che gli spettatori che effettivamente sì, è una scienziata). Attraverso questi dialoghi siamo resi edotti di alcuni fatti interessantissimi: che il tempo è una dimensione a tutti gli effetti, che avvicinarsi a un buco nero so probblemi a causa della forte gravità, che la gravità distorce anche il tempo in base al primo postulato, quindi vicino a un buco nero un’ora vale sette anni, come gli anni dei gatti ma peggio. Tutto questo viene reso digeribile da una colata di cliché mmericani tra cui: gente che sembrava buona e diventa cattiva, ma cattiva senza senso, alla Crudelia de Mon; gente non così cattiva ma ambigua, che è stata costretta a mentire, porella, per il bene dell’Umanità; dialoghi di questa levatura: “è impossibile!” “non è impossibile, è necessario”, durante una manovra spaziale super-difficile. Poi, siccome parliamo sempre di Nolan, la linea narrativa si sfilaccia e uno finisce nella quinta dimensione, n’altra su un pianeta a fare la giumenta, dissolvenza in nero ed ecco che tutti i problemi insormontabili di dieci secondi prima sono stati risolti e se ti venisse in mente di lamentarti dei nodi di sceneggiatura attaccati collo sputo, beh la risposta la sai: il tempo è relativo. Ed è una dimensione a tutti gli effetti. Quindi ma chennesai…
La morale, quando arriva, è desolante: la quarta dimensione è il Tempo. La quinta, guardampò, è l’Amore. Ma perché fermarsi alla quinta dico io: la sesta è l’Amicizia Che Continua Dalle Medie, la settima è na Scopata de Quelle Belle, l’ottava è il Sorriso di un Bambino. La nona è un Antropocentrismo Svilente Compresso in Quasi Tre Ore de Film. Cheppoi diciamocela tutta: a meno che tu non sia Kubrick, ma che li fai durà i film così tanto. Dici le cose che devi dire in un’ora e mezza e con l’avanzo facce er sequel.
Domandone: c’era bisogno di questo film dopo Tarkovskij e Kubrick? No. E dopo Gravity? Manco.
Il film io l’ho visto in lingua originale con i sottotitoli in due lingue che non conosco: francese e fiammingo. Questo ha contribuito a farmi sentire molto colto e raffinato ma ha reso l’esperienza, probabilmente, molto più frustrante del normale. In più il bisnonno che viene dal futuro di McConaughey parla con un accento texano co tanto de fischio che non se capiva na mazza. Quindi forse oh, è un capolavoro e io non ho capito niente.
Del resto, se la quinta dimensione è l’Amore (sarà contento Dante), po’ esse tutto no? Ma chennesai….

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