Non essere cattivo

Non essere cattivo (Claudio Caligari, 2015), ma un po’ stronzo sì

Fuori tempo massimo, ho finalmente visto “Non essere cattivo”, come al solito in streaming, ma questa volta con l’audio giusto.
Che si debba guardare questo film con “Amore tossico” a fronte, ce lo dice lo stesso Caligari, che apre i primi secondi praticamente shot-for-shot con il suo primo leggendario lungometraggio. Quindi personalmente non ho potuto mettere un freno alle vocine saccenti che di solito animano la mia capoccetta, e forse è questo il motivo per cui ho faticato a entrare nelle vicende di questi due (gran bei pezzi di) amici che, tra paste coca e tanta taaaaaaanta romanità, percorrono questo (brutto) lungomare vestiti come i Ragazzi della Terza C.

SPOILER ALERT: il film non mi ha fatto impazzire, non lo considero neanche lontanamente un “capolavoro”, per cui la lettura di questa recensione potrebbe risultare fastidiosa agli amici romani che invece il film lo hanno adorato. Mi dispiace.
Non è vero.

I bucatini storditi di Amore Tossico qui diventano allucinate primedonne illuminate da una produzione più cazzuta, colluttazioni riprese a spalla e drammi de borgata che non sembrano aggiungere nulla al cinema italiano degli ultimi tempi, quello che ha rispolverato la sua vocazione sociale imbevuta di crimine più o meno organizzato. Del resto, ognuno racconta quel che ha da raccontare. Come Amore Tossico, è un film senza una vera trama ma, a differenza di Amore Tossico, manca di quella pietas nella macchina da presa che giustificava il primo racconto.
Film a empatia fredda come le droghe di cui parla, è un Trainspotting di sintesi che parte già in overdose, “a dumila”, anche se siamo nel 1995. E non è un caso che, quando entra in scena la cara vecchia “robba” dalla porta di servizio, arrivano il sentimento e la doverosa tristezza a secchiate.
I personaggi di contorno sono figurine piatte piatte, appena abbozzate quando non stereotipate (vedi la madre single segnata daa vita e per questo molto figa), forse una scelta per esaltare l’amicizia virile dei due protagonisti che, ripeto, so’ du gran fregni, soprattutto il personaggio di Alessandro Borghi, questo Joaquin Phoenix all’amatriciana che smascella forsennato e fa sciogliere le nostre passerine. Almeno la mia s’è sciolta come la vigorsol quando sei sotto MD.
L’ho letto su Wikipedia.
Sicuramente è un film che deve decantare, ma perché non massacrarlo con i titoli di coda (mugolati da Riccardo Sinigallia) ancora caldi.
Intendiamoci: non è un brutto film. Ma il suo linguaggio è piuttosto datato e riesce nella straordinaria impresa di risultare lento (a tratti lentissimo) pur durando appena 90 minuti. Poi gli attori recitano da dio, la fotografia è molto figa, la macchina da presa si muove sapientemente, e allora perché conservare quell’impronta naif da film underground? Ennò, così non vale. Anche la vicenda della nipotina di Cesare, che sembra uscita da un anime giapponese anni Ottanta e raccontata sbrigativamente come se scottasse troppo, che me rappresenta? Come faccio ad appassionarmici con sei sette inquadrature?
Degni di nota gli echi felliniani delle scene allucinatorie. “Echi felliniani” è un termine molto professionale, da chi ne capisce. Lo dico un’altra volta: echi felliniani.
Forse il motivo per cui non mi è scattata violenta la passione è che non sono romano, non ho vissuto la mia adolescenza a Ostia, io nel ’95 facevo il quinto ginnasio a Maglie, tra canne e sbrattate di rum e pera, che minchia ne voglio sapere.
A na certa, in una macchina (ovviamente) rubata proprio in faccia ai carabinieri, parte “Be my lover”. Una cover, però. Checcazzo, du’ spicci in meno per la fotografia e compravi i diritti ai La Bouche, no??
Arriva la chiusa: Ta-ra-ra-ri-ra-ra-ra-raaaaaaaaaaaaaaaaaaa.

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