The Martian

SOPRAVVISSUTO – THE MARTIAN, di Ridley Scott (2015)
Ovvero: nello spazio nessuno può sentirti sbadigliare

Arriva un momento, nella vita di ogni uomo, donna o bambino coi traumi, in cui bisogna fare i conti con una realtà molto brutta: che il passato non è recuperabile.
Si tratta di un passaggio fondamentale della delirante catena di elaborazioni del lutto che è la vita, bisogna accettarlo e andare avanti, funziona così. Il miscuglio incredibile di panico e gioia della prima volta sull’altalena è di solito uno solo, poi va scemando, fino a scomparire. Le prime sbronze ti facevano qualcosa che non proverai mai più. I cartoni animati degli anni Ottanta erano più belli di quelli di oggi (alcuni studi dicono che è così perché tu avevi sei anni negli anni Ottanta e non oggi), e Ridley Scott non è più quello di Alien, Blade Runner e Thelma&Louise. Non è più neanche quello del Gladiatore, che non era poi sto filmone ma almeno ha creato un immaginario, rilanciando un genere che se ne stava fermo ai tempi della Universal.
The Martian è la prova provata di quanto sto affermando, è l’anello mancante della zella cinematografica di cui continuiamo a ingozzarci solo perché andiamo inseguendo disperatamente il passato, stato della materia in cui eravamo tutti più felici e spensierati e disposti alla maraviglia. Il film in questione riesce nell’impresa, purtroppo di questi tempi affatto infrequente, di raccontarti delle cose di cui a te non te ne può fregare una minchia che è una.
Vado a raccontarlo, aggiungendo i commenti mentali del povero spettatore costretto alla visione.

SPOILER ALERT: se per caso doveste trovare interessanti alcune scene o vicende, è perché in genere racconto le cose molto bene, è un effetto collaterale perché in realtà il film è una monnezza micidiale di DUE ORE E VENTI.

Siamo su Marte, in un futuro non troppo lontano. Lo sappiamo perché è tutto rosso e polveroso, la gente ha la tuta spaziale e ci sono delle didascalie minimal che spiegano che siamo su Marte e sono così minimal da far pensare al futuro ma non troppo lontano. Dei tizi chiacchierano di cose quotidiane, come all’inizio di Gravity. I paragoni tra i due film cominciano e finiscono qui.
Insomma arriva sta tempesta di sabbia marziana che butta tutto in caciara e i tizi in tuta spaziale sono costretti a ripiegare nella navicella, in una concitazione di cui non fotte un cazzo a nessuno perché non è stato creato alcun sottotesto emotivo.
Matt Damon rimane solo su Marte, mentre i suoi compagni volano via.
(mh…)
Siccome il futuro è non troppo lontano, la navicella con il resto dell’equipaggio non impiega venti minuti per arrivare sulla Terra ma tipo dieci mesi, quindi nessuno sa di Matt Damon che recita da cani da solo su Marte. Nessuno nel film. Purtroppo lo sappiamo noi.
Matt Damon è guardacaso un botanico, che tutti prendevano per il culo perché la sua non è una scienza vera, su Marte poi. Da solo sul pianeta rosso sfrutterà al meglio le sue competenze per sopravvivere.
(eh…)
Poi a na certa qualcuno si doveva accorgere che Matt Damon sta da solo su Marte, e lo fa una scienziata carina e sensibbbile dalla Nasa, che apre tipo Google Maps e si accorge che qualcosa si sta muovendo.
(bene, mo sì che è attiva la sospensione dell’incredulità)
Adesso si apre la questione etica: dire o non dire al resto dell’equipaggio che hanno lasciato Matt Damon vivo su Marte? Perché loro lo credevano morto, capito? E se gli si dice che è in realtà vivo questi si disperano, anche se nessuno nel frattempo ha pensato a creare un legame emotivo tra lo spettatore e i personaggi.
(ma se ho speso otto euro e cinquanta per il biglietto, spe io quanto tenevo? Ci avanza qualcosa per una birretta dopo?)
Insomma alla fine dicono all’equipaggio la terribile verità e l’equipaggio si dispera, anche se a nessuno importa.
(non ho ancora levato la giacca, forse dovrei ma faccio rumore)
Matt Damon intanto coltiva patate su Marte perché ha realizzato l’acqua fondendo idrogeno e ossigeno, perché è scienziato e si fa così.
(poi questa la verifichiamo su Wikipedia)
Coltiva e mangia patate. Su Marte.
(cazzo ma tutti mangiano roba rumorosa al cinema, e stasera niente??)
Alla Nasa tutti si attivano per far tornare Matt Damon sulla Terra, perché ha patate solo per otto mesi mentre i rifornimenti arrivano tra nove mesi, ma non li contano in mesi bensì in Sol, perché su Marte il giorno è diverso e si chiama Sol.
(Wikipedia pure questo)
E arriva il momento del ragazzetto mezzo genio che svolta la storia. Arriva all’improvviso, non sappiamo chi sia, non sappiamo cosa faccia, non conosciamo niente di lui, arriva e ha l’intuizione che fa riportare Matt Damon sulla Terra. Dunque, a nessuno importa un supersonico cazzo di niente.
(apri il telefono. Piano, che all’inizio fa troppa luce. Aspetta qualche secondo che si affievolisca. Cazzo mancano ancora quaranta minuti!)
Insomma Matt Damon viene recuperato e nel film sono tutti contenti: la Nasa, i compagni di Matt Damon, folle in delirio che seguono la vicenda da maxischermi nelle principali metropoli del mondo, pure in Cina, perché l’agenzia spaziale cinese a na certa s’è interessata al caso e ha offerto il suo aiuto per
(bastaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!)

Il film l’ho guardato in originale coi sottotitoli, così da godermi appieno la recitazione monocorde di Matt Damon, che nel frattempo è pure invecchiato e non è poi sto gran figo.
Eggià. Il passato non è recuperabile. Fa eccezione la recitazione di Matt Damon, una costante in questa girandola di delusioni che qualcuno si ostina ancora a chiamare vita.

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