La satira italiana e altre cose scomparse

C’era una volta Mistero Buffo trasmesso dalla “seconda rete” della RAI. Era il 22 aprile del 1977 e il giorno dopo si incazzarono praticamente tutti, a cominciare dal Vaticano e dalla Democrazia Cristiana che prese a fumare censura dal naso. Se si guardano oggi quelle immagini intonacate in un vecchio Technicolor pastello, si fatica a credere di guardare una trasmissione della TV di Stato: c’era il teatro in TV, un teatro in una lingua inventata, un uomo solo al centro della scena che rivoltava come un cappone da ripieno i capisaldi della cultura cattolica, da Lazzaro ai santi, dal Papa agli arcangeli. Quel ribaltamento dei consueti punti di vista (e cosa c’è di più “consueto” della religione di Stato) trasmesso in favor di Nazione era e rimane a tutt’oggi un’ottima definizione di satira.
So che ve lo stavate chiedendo.

La satira contemporanea in Italia possiede una lunga e fortunata tradizione: dalle strepitose imitazioni di Noschese all’acida crudeltà di Villaggio, dalla gioiosa anarchia di Benigni all’agitato attivismo di Grillo, dalla stand-up filologica di Luttazzi alla poesia surreale di Guzzanti, il genere ha conosciuto stagioni di splendore soprattutto in televisione, dalla cui luce tremolante ha scandito ere politiche e di costume, aggredendole e castigandole.
Gli autori e i comici hanno influenzato immaginari collettivi e linguaggi, di questi tempi la “stand up comedy” è un genere talmente di successo che anche il tuo compagno delle medie che faceva le scoregge con le ascelle ha un suo speciale su Netflix, ogni volta che un comico compare come ospite in un programma di prima serata fa gli ascolti di una finale dei Mondiali eppure nel Belpaese la satira di qualità è praticamente scomparsa, al punto che le sue vittime ormai sono costrette a parodiarsi (male) da sé, si vedano la Meloni che parla del presepe con la stessa foga di Martin Luther King al Lincoln Memorial o Berlusconi che, ormai totalmente indisturbato, definisce i governi degli altri “antidemocratici”.

Dopo aver letto un articolo di Aranzulla, che mi ha pure cazziato perché avevo su l’Adblock, ho imparato a fare i link interni in html, quindi beccatevi addirittura l’indice:

Un po’ di storia
L’importanza storica dell’Editto Bulgaro

I classici:
Roberto Benigni
Maurizio Crozza
Beppe Grillo
Corrado Guzzanti
Sabina Guzzanti
Luciana Littizzetto
Daniele Luttazzi
Paolo Rossi

Il nuovo che (non) avanza
Montanini, la “scuola romana” e la satira nel web.

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L’IMPORTANZA STORICA DELL’EDITTO BULGARO

Non è difficile constatare come la satira sia scomparsa prima di tutto dalla televisione, strumento vecchio e malconcio ma ancora oggi elettivo per accogliere e diffondere un genere teatrale che non può permettersi di essere di nicchia, clandestino, essendo per sua natura popolare. Il gioco è sempre stato quello: la satira arriva in TV, raggiunge milioni di persone, caca fuori dal vaso e viene subdolamente censurata. Poi ritorna perché alla gente piace. Fino al 2002.
Quell’anno un colpo di grazia in particolare fu inferto da un’autorità che con la satira è sempre entrata in conflitto, non a caso il politico della Seconda Repubblica più accostato al Duce nell’immaginario collettivo: Silvio Berlusconi. Oggi zio Silvio fa un po’ ridere nel carapace rinsecchito dei suoi lifting decennali mentre parla di democrazia con la patata in bocca, complice soprattutto il pessimo rapporto del Popolo Italiano con la memoria. Eppure nel 2002, quando Berlusconi era in forma smagliante, fu il così detto “Editto Bulgaro” a segnare un primo considerevole cambio di passo per la satira: il Capo del Governo pronunciava i nomi di due giornalisti e di un comico a lui sgraditi (Biagi, Santoro e Luttazzi), provocandone la scomparsa dalla TV generalista per anni. Questo atto pubblico di censura, addirittura grottesco nella sua sfacciataggine, aprirà una stagione di colpi d’ascia su quel poco di giornalismo libero che ancora aveva voglia di infastidire il Potere e soprattutto sulla satira: solo per citare due esempi dell’anno successivo (2003), basti pensare alla chiusura di Raiot di Sabina Guzzanti dopo la prima puntata e all’assurdo divieto per Paolo Rossi di usare un celebre discorso di Pericle per criticare il conflitto di interessi.
Da quel momento per la satira in TV la vita si è fatta molto dura: compariranno e scompariranno prematuramente programmi come il Decameron di Luttazzi (2007, Governo Prodi), saranno eliminate anche trasmissioni non a sfondo satirico ma colpevoli di ospitare sketch di satira politica (il talk Parla con me della Dandini eliminato dai palinsesti nel 2011, il canto del cigno di un Berlusconi ormai al muro), giungendo alla desertificazione non solo televisiva degli ultimi anni, in assoluta controtendenza col resto d’Europa.

Siccome la satira è uno strumento molto importante di libertà culturale e politica per un popolo, e siccome alla satira si deve arrivare educati perché altrimenti ci sembrerà “caustico” perfino Maurizio Crozza, e siccome recensire la comicità è probabilmente la cosa più spocchiosa che si possa mai immaginare di fare, quale migliore occasione per una recensione non richiesta: i principali autori/attori satirici in Italia oggi.

ROBERTO BENIGNI

Roberto Benigni è stato uno dei Mostri Sacri della satira italiana, un giullare libero, sboccato, molto fisico, i cui livelli massimi come monologhista sono raggiunti tra gli anni 80 e i 90, quelli della DC, di Craxi e del Berlusconi imprenditore che piano piano faceva capoccetta sulla scena politica italiana.
Benigni colpisce per il suo approccio bambinesco e totalmente fuori controllo, il suo “essere comico” deriva prima di tutto dall’urto con la sua totale libertà sia gestuale che verbale: corre sul palco da un lato all’altro mentre dileggia i potenti storpiandone i nomi, dipingendoli come omuncoli squallidi, condannandoli all’inferno (celebre il monologo su Craxi e il Giudizio Universale), rilegge la Bibbia infarcendola di riferimenti sessuali, parla dell’organo riproduttivo femminile con lo stupore estatico di un tredicenne che l’ha vista per la prima volta.
Pochi come lui, in Italia, sono stati in grado di utilizzare la “parola volgare” per provocare piccole grandi crisi nel pubblico, scatenare stupore e qua e là fare della poesia, sulla scia della tradizione giullaresca modernizzata da Dario Fo.
Artista nella sua accezione pura, non si accontenta di essere un “comico” e cerca di esprimersi con la musica, con il cinema, fino a quel fatidico 1997 in cui sfonda con La Vita è Bella, bel film che però ubriaca le competenze critiche di pressoché chiunque, lui compreso. Inizia così un processo di “auto-papizzazione” del Benigni che, nello sforzo di dire cose intelligenti e segnanti, sprofonderà gradualmente in una maschera buona, ecumenica, un predicatore d’Amore che sembra il Benigni di prima scolorito in un lavaggio in lavatrice sbagliato. Tenterà altre volte la strada del monologo satirico in varie apparizioni televisive, perdendo però quell’assenza di controllo che ne avevano segnato la prima parte di carriera. Peccato, ma c’era da aspettarselo.

MAURIZIO CROZZA

Maurizio Crozza sta alla satira come il pepe nero sta al wasabi. Il motivo per cui, in questo paesaggio lunare, Crozza sembra essere il comico più importante d’Italia, è la sua totale completa assoluta innocuità. Una satira lievemente urticante che non offende nessuno e non cambia un bel niente è proprio quello che ci vuole per intrattenere il popolo mentre lo si fotte da dietro. Non c’è da incolpare certamente il povero Crozza, dotato di un talento interpretativo e di una scemaggine di rara fattura che effettivamente ne fanno uno dei comici più divertenti del momento. Per questo motivo sfonda con le imitazioni, soprattutto quando le fa per la prima volta, cioè prima di cedere alla tentazione cabarettistca del tormentone e dell’iperbole. I suoi esordi nei Bronkovitz con Dighiero, Signoris, Cesena (uno dei più bravi sotto il Regno della Gialappa’s nel decennio comico 1995-2005, basti pensare alla delirante cretinaggine di Sensualità a Corte) e con Mai Dire Gol sono un curriculum di tutto rispetto e la sua bravura è fuori di dubbio.
L’equivoco inizia con Ballarò, che Crozza apriva con copertine di 5-7 minuti: un tempo più che accettabile per assorbire le informazioni di politica interna e soprattutto abbastanza breve da non stancare. Il fatto che spesso attaccasse politici proprio in loro presenza ha contribuito a conferire a Crozza un’aura da comico indomito e libero, e in effetti in quei pochi minuti a settimana la cosa funzionava.
Lo stile comico del Crozza monologhista è riassumibile in queste due sequenze:

X è talmente Y che Z
Dire/Fare X è come dire/fare Y

Provate dunque a sucarvi un suo intero one man show (Fratelli di Crozza o Crozza nel Paese delle Meraviglie), gli infiniti tempi morti, i riempitivi, i tormentoni, i personaggi imitati sempre più caricaturali, le insopportabili incursioni musical.

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BEPPE GRILLO

Beppe Grillo è stato il comico italiano più influente di tutti i tempi. La sua importanza non è tanto legata allo stile comico, riconducibile alla scuola genovese e al personaggio esterrefatto, colpito dall’assurdità della vita, che parla a mani giunte alla platea; l’importanza di Grillo è legata al rapporto tra il pubblico e il comico, che egli cambierà per sempre, fino a distorcerlo e anche a distruggerlo. Beppe Grillo riempiva i palazzetti come le rock star, i suoi spettacoli tra gli anni 90 e i 2000 erano accompagnati dal boato di folle enormi, dal brusio a seguito di rivelazioni shock, dalla sorpresa e dall’indignazione. Se da un lato occorre separare il Grillo comico dal Grillo politico, dall’altro lato questa operazione è impossibile, dal momento che il passaggio tra i due Grillo non è affatto segnato dalla nascita dei MeetUp e conseguentemente del MoVimento ma è qualcosa che stava accadendo prima, intorno ai primi 2000, quando appunto durante i suoi spettacoli le risate del pubblico presero ad alternarsi alle urla di rabbia e indignazione.
Grillo raggiunge la notorietà nazionale nei primi anni 80, con due programmi televisivi scritti con Antonio Ricci (Te la do io l’America e Te lo do io il Brasile) e con varie ospitate tra il festival di Sanremo e Fantastico. Fin dagli esordi è chiaro il personaggio che intende portare sul palco: un uomo nervoso e costernato che vuole raccontare la verità alla gente. Più che il suo stile, centrato sull’iperbole e sull’esagerazione, elementi classici del cabaret che non ne fanno certamente il comico più innovativo del Paese, colpiscono gli argomenti che decide di trattare: tra un politico e l’altro sembra voler andare oltre, superare la contingenza di quel Presidente o quel Ministro. Nel corso degli anni Grillo abbandona quasi del tutto la satira politica intesa in maniera classica (forse anche dopo l’esilio forzato di due anni dalla Rai a seguito della celeberrima battuta sui socialisti) e inizia a trattare temi alti come l’ecologia, l’economia, la tecnologia, la finanza.
L’attenzione su questo comico che, più tratta temi seri e impegnati, più diventa rancoroso e incazzato, diventa altissima nel 1993, anno in cui verrà mandato in onda il suo primo special televisivo dal Teatro delle Vittorie: un paio d’ore di satira pura come non se n’erano mai viste in Italia, che diventano un evento.

Da allora Grillo realizzerà spettacoli teatrali quasi ogni anno, ripresi dalle prime televisioni a pagamento (Tele+) e dalla TV Svizzera: per quella italiana il comico è finito, scomparso per sempre, eppure il suo successo non fa che crescere. Le persone vanno a vedere i suoi spettacoli sperando di apprendere cose nuove, e così avviene: certo occorre sapersi muovere tra le bufale e le cazzate in cui ogni tanto lui stesso finisce per credere (il monologo sull’AIDS come malattia inventata, per dirne una, pronunciato nel 1997), ma la maggior parte dei suoi spettacoli tra il 1997 e il 2006 sono esempi strepitosi di stand up comedy, due ore filate tenute insieme con un ritmo che nessun altro poteva sostenere in quegli anni né probabilmente riuscirebbe a sostenere oggi. Nei 2000 lo stile di Grillo cambia ulteriormente e le battute diventano sempre più rare, utilizzate per creare momenti di caduta dalle tesissime e rabbiose invettive contro i poteri economici, politici e farmaceutici. Nel 2007 iniziano i primi “vaffanculi”, utilizzati come invettive prima di Grillo, poi addirittura del pubblico, contro storture economico/bancarie e parlamentari corrotti. Qui la frattura si fa imponente: Grillo non si accontenta più di scuotere le coscienze, di “piantare semi” come diceva Bill Hicks, lasciando le persone libere di agire in un modo o nell’altro. Grillo vuole di più (probabilmente è Casaleggio a volere di più), è talmente convinto della sua “verità” che vuole dire alle persone come reagirvi e cosa fare, ed è proprio nel momento in cui, presentando una lista di parlamentari corrotti, invita il pubblico a mandarli affanculo, che si interrompe definitivamente la sua funzione satirica.
L’ex comico, ormai politico, poi ex politico, poi di nuovo comico, proverà a tornare in scena nel 2016-2017 con gli spettacoli Grillo Vs Grillo e Insomnia, due cose talmente brutte che speriamo se ne sia accorto da solo e non voglia più propinarci nulla di simile.

CORRADO GUZZANTI

Corrado Guzzanti è il miglior comico italiano vivente. Non si capisce bene cosa significhi “migliore”, specie se riferito a un comico: migliore perché fa ridere me? Perché fa ridere tutti anche se sappiamo essere una cosa impossibile? Eppure Corrado Guzzanti è il migliore. Il suo stile eclettico, la sua attenzione ai dettagli, la sua intelligenza fuori dal comune, la sua misura ne fanno un esemplare unico, di cui è difficile individuare anche riferimenti credibili. Guzzanti ha un suo genere, un suo approccio alla battuta, un suo modo di scrivere e di recitare che sono ascrivibili solo a lui.
Più a suo agio nei panni di qualcun altro che come monologhista, Corrado Guzzanti ha influenzato una generazione non solo di comici ma proprio di persone: le sue battute, le sue espressioni, le sue trovate surreali sono entrate nel linguaggio collettivo dei nati tra gli anni 70 e gli 80: per procedere alla verifica sperimentale, fate pronunciare a qualcuno la frase “la risposta è dentro di te” e vedete se vi riesce di non completarla.
Dotato di un talento interpretativo eccezionale e armato di un pessimismo crudo e affilatissimo, Guzzanti ha creato maschere contemporanee che rappresentano un esercito disarmato di individui disperati, incastrati nei propri deliri: l’uomo e la donna di Guzzanti sono condannati a un eterno ritorno scandito da una volontà che non trova mai sfogo, si trascinano nelle loro minute esistenze e soprattutto non sorridono mai, se non in modo beffardo, perché hanno capito come andrà a finire. Che si tratti del santone di Quelo, che travisa tutte le domande dando sempre le stesse risposte o dello squallido televenditore che cerca disperatamente di rifilare quadri che nessuno vuole o ancora di Rutelli che chiede a Berlusconi di “ricordarsi degli amici”, quelli di Guzzanti sono individui perdenti, amarissimi, soli, eppure la precisione delle battute che mette loro in bocca fa ridere sul serio, provocando un effetto che denuda e lascia un po’ storditi, come dopo aver sognato.
Guzzanti raggiunge la fama nazionale a bordo della corazzata di Serena Dandini (Avanzi, Tunnel, Pippo Chennedy Show, L’Ottavo Nano), ma è nel 2002 che firma uno dei programmi televisivi più strani e potenti mai realizzati in Italia, ossia Il Caso Scafroglia.
Lo show, incentrato sulla storia di un uomo scomparso, è un pretesto per ospitare alcuni tra gli sketch satirici più feroci dell’era berlusconiana, ma il tocco subdolo e raffinato di Guzzanti lo salva dalla censura. Eppure poche volte la satira ha raggiunto le vette de Il Caso Scafroglia, da cui si lanciavano allarmi sulla progressiva disintegrazione dell’ordine democratico a colpi di maggioranza e di propaganda. Tra i personaggi più inquietanti c’era il massone, che lanciava proclami sovversivi culminanti nel monologo finale:

“mai una reazione! Ma voi lo sapete che noi lavoriamo dalla mattina alla sera per occupare i posti, per fare le cose, gli attentati, ma voi credete che è facile! […] io lo faccio il golpe, mando l’Italia a gambe per aria ma vorrei dall’altra parte qualcuno che dicesse ‘stanno attentando alla Costituzione!’ o almeno una reazione […] e invece è solo ‘ah…che è, un golpe oggi, un altro golpe? Abbassate le tasse!!’ ”

Non ci sarà mai più una cosa simile.
Negli anni successivi un po’ per intuizione, un po’ per sensibilità, un po’ per problemi suoi, Guzzanti si farà vedere sempre di meno, creando però dei veri e propri eventi ad ogni sua uscita. Dalle sue ospitate-lampo porterà al pubblico personaggi come Padre Pizzarro (già introdotto durante L’ottavo Nano), il più spietato attacco alla Chiesa mai andato in onda in Italia, ma realizzato con un’intelligenza tale che risulterà impossibile contrattaccare. Nel 2011 e nel 2012 torna con Aniene e Aniene2, due splendide mini-serie satiriche alla sua maniera che, pur con qualche perdita di ritmo, dimostrano come Corrado Guzzanti sia incapace di sbagliare un colpo.
Nella sua ultima uscita, durante il reboot 2018 de La TV Delle Ragazze, porta una versione aggiornata del poeta Brunello Robertetti: ingrassato, più malinconico del solito, beffardo e acidissimo, spicca su tutto il resto come un faro in mezzo alle lucine di Natale. Manca alla televisione e in generale alla cultura popolare italiana come l’ossigeno al cervello di un leghista calabrese.

SABINA GUZZANTI

Sabina Guzzanti ha condiviso con il fratello la formazione e il format: nonostante abbia più volte tentato la strada della stand up comedy (un tempo avremmo detto semplicemente “monologo”), oltretutto cavandosela bene, è evidente che il suo ambiente naturale sono le personificazioni e le imitazioni. Ancora oggi si colloca una spanna sopra quasi chiunque altro quando veste i panni di un personaggio pubblico, si vedano le sue apparizioni ne La TV Delle Ragazze 2018: il suo stile basato sull’invettiva e sulla denuncia la fa oscillare tra dentro e fuori la maschera che interpreta, creando un equilibrio bizzarro che chiama in causa il pubblico in un rapporto diretto. Si finisce dunque per simpatizzare per la sua Virginia Raggi o il suo Massimo D’Alema perché ne intravediamo la Guzzanti che, di tanto in tanto, fuoriesce dal personaggio e lo attacca “da dentro”. Quando l’equilibrio regge, l’effetto è strano ma si presta bene a un tipo di teatro comico militante. Quando l’equilibrio non regge, prevalgono l’indignazione, la rabbia e il moralismo che sbilanciano la satira irrigidendola, si veda Un Due Tre Stella di cui, giustamente, ricordiamo soprattutto la ragazza di “Casapau” interpretata dalla sorella Caterina.
Marchio del suo stile comico è anche una certa propensione all’assurdo e al grottesco, elementi che contribuiscono a scollare ancora di più i personaggi che interpreta dalle persone cui sono ispirati: al pari di altri “imitatori”, Sabina Guzzanti finisce per rendere le sue imitazioni indipendenti e autonome rispetto all’imitato ma, a differenza degli altri, inserisce nelle maschere elementi grotteschi e surreali che le smarcano dai tormentoni o dalla caricatura (Crozza stiamo tutti indicando te).
Per quanto interessante e qua e là efficace, la Guzzanti “monologhista” mostra più di una volta il fianco, un po’ per mancanza di ritmo un po’ perché, quando non è protetta da maschere e trucco, cede facilmente all’approccio moralista di cui sopra, spompando gli effetti della satira. Resta comunque una delle migliori in (si fa per dire) circolazione, anche solo per il suo “TG Porco” che, in un Paese normale, avrebbe lo spazio della lobotomia prefrontale più longeva della Storia: Striscia la Notizia.

LUCIANA LITTIZZETTO

I motivi per cui Luciana Littizzetto si trova in un articolo sulla satira sono due: il suo successo e il suo passato. Per quanto riguarda il suo successo, legato esclusivamente al quarto d’ora di dialogo comico con Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa, la fortuna della Littizzetto sta principalmente nel product placement: la fanno parlare puntualmente durante i picchi d’ascolto e, da qualche anno a questa parte, è l’unica a ironizzare sulla politica in prima serata insieme a Crozza. I suoi meriti possono concludersi qui. Il suo stile comico è basato sulla rapidità e sulla precisione ma oggi il 90% delle sue battute si riduce al paragone tra un argomento serio e un ortaggio o una mansione della massaia. Il più delle volte l’ortaggio ricorda o ammicca al cazzo, che la Littizzetto non osa neanche pronunciare col suo nome proprio, sortendo l’effetto di risultare ancora più volgare quando lo chiama “Walter”.
Il passato della Littizzetto è certamente più dignitoso di questi monologhi imbarazzanti, ed è individuabile soprattutto nella gloriosa epoca del franchise Mai Dire… Le sue caricature esagerate, sboccate, nervose e l’attenzione nell’uso delle parole e del ritmo comico le regalano un posticino tra i grandi comici italiani, dal quale sta scivolando sempre più distante.

DANIELE LUTTAZZI

In un mondo di Fiat Doblò, Daniele Luttazzi è la Ferrari nel garage. Fuoriclasse assoluto, che approccia la satira anche come materia di studio, Luttazzi è il più americano dei comici italiani. Ogni sua battuta è il risultato di un lavoro di sottrazione e di equilibrio che ne fanno un piccolo artefatto, processo che egli cercherà di condividere nel suo blog nel 2009 con la “palestra“. In quella rubrica insegnava ai suoi lettori come realizzare una battuta satirica: la scelta dei tempi, l’aggancio all’attualità, il rischio della battuta “fascistoide” che attacca le vittime, tutti elementi sui quali tornerà più volte, mostrando come far ridere sia un mestiere a volte molto difficile.
Luttazzi conosce diverse stagioni nella sua carriera: una iniziale, di apertura, con uno stile fortemente influenzato da Allen, Bruce e Kaufman (1990-1993); la stagione spigliata e acida di Sesso con Luttazzi, Tabloid, Adenoidi e della parentesi Mediaset di Mai Dire Gol e Barracuda (1993-1998); l’ispiratissima fase berlusconiana con Satyricon, Adenoidi 2003 e Bollito Misto con Mostarda (2001-2004). Seguiranno fasi più mature in cui il meccanismo della risata si farà più sottile e ricercato, lasciano spazio a uno studio sulle declinazioni anche non propriamente comiche della satira.

La sua influenza sulla cultura di massa e sulla satira contemporanea è fuori di dubbio, anche se una sua opera in particolare segnò il costume del Paese a tal punto che la politica si ritrovò a cambiare atteggiamento, mostrando un altro volto: siamo nel 2001, il programma televisivo è Satyricon, show innovativo e probabilmente irripetibile nel quale Luttazzi, del tutto indisturbato e affacciato dalla seconda rete della Rai, aggrediva la politica, annusava mutandine di pizzo, mangiava la merda, intervistava Pannella, parlava di pompini e poneva domande a uno sconosciuto Marco Travaglio che rispondeva col tono di un catechista un po’ losco sui rapporti tra l’allora candidato premier Silvio Berlusconi e Cosa Nostra.
L’Italia, presa alla sprovvista e assolutamente non educata a quel livello di sincerità catodica, reagì delirando e tutti sappiamo come è andata a finire: la libertà del comico fu pagata a carissimo prezzo.

Le influenze di Luttazzi sono rintracciabili nella stand up comedy americana, di cui ricalca lo stile, il ritmo, l’estetica e qua e là le battute. Impossibile parlare di Luttazzi senza citare il “caso” delle routine copiate: nel 2008 un blog anonimo iniziò a riportare celebri battute di Luttazzi mostrando come queste fossero una traduzione di battute di comici in lingua inglese del calibro di Hicks, Carlin, Philips, Allen, Rock. Seguì anche un video di mezz’ora che metteva in relazione le battute originali con quelle riprese da Luttazzi. Seguì a sua volta una difesa infastidita del comico, che alternò più versioni: sono calchi di battute celebri, sono “spie” inserite nei monologhi per dimostrare in caso di accuse che si tratta di satira, è una caccia al tesoro già annunciata sul blog, fatevi i cazzi vostri. In pochi gli hanno creduto all’inizio. La vicenda rimane a tutt’oggi quantomeno ambigua anche se, a fronte di una carriera strepitosa, le battute copiate o calcate o citate o fanculo chi se ne fotte possono bellamente finire in secondo piano.

Il problema è che in quegli anni Luttazzi aveva da poco terminato la sua ultima impresa televisiva, quel Decameron (2007) troppo nero e senza pubblico in studio che però rappresentò la punta più matura e potremmo dire già “classica” della sua satira. Indebolito dall’ennesimo attacco della censura (Decameron fu soppresso da La7 alla quinta puntata), messo all’angolo da accuse di plagio sulla cui groppa saltarono tutti i suoi detrattori storici senza farselo dire due volte, Luttazzi scomparve dalla scena. Nel 2011 chiuse anche il suo blog, interrompendo l’esperienza della palestra che, per intenderci, faceva quel che fa Spinoza.it ma con un metodo e soprattutto uno scopo diversi dal gusto masturbatorio di dirla sempre più grossa con lo stile a due tempi premessa-battuta (Spinoza, appunto).
Nel 2010 terrà inchiodato tutto il pubblico dello speciale di Santoro Rai per una Notte con un monologo di 15 minuti contenente la celebre routine delle “fasi dell’inculata“, un piccolo compendio satirico che rappresenta a tutt’oggi il suo ultimo monologo.
Daniele Luttazzi è probabilmente il comico più censurato e ostacolato nella storia della satira italiana contemporanea, elemento che all’inizio lo stesso Luttazzi farà assurgere a merito, ma che inevitabilmente ha finito per scoraggiarlo e spingerlo ad abbandonare il palco. Un vero peccato, dal momento che la sua evoluzione lo stava conducendo a un teatro cupo, scuro, crudele e capace di muovere e modificare lo spettatore.

Nel 2003, durante uno spettacolo teatrale da lui scritto, un attore nei panni di Giulio Andreotti davanti alla Renault 4 rossa, si lasciò andare a una fantasia nella quale sognava di penetrare prima col dito, poi col proprio sesso, i fori di proiettile sul cadavere di Aldo Moro.

Pensate a cosa vedremmo oggi se gli avessero permesso di restare in televisione.

PAOLO ROSSI

Paolo Rossi è un giullare e un uomo di teatro, studioso della materia e particolarmente legato alla tradizione del teatro dell’arte e del teatro-canzone. Il suo è un teatro fisico, espressivo, improntato sul suono della parola che a volte diventa grugnito, verso e gesto: un debito con Dario Fo che culminerà nella “sua” versione del Mistero Buffo (2010) intelligentemente distante dall’opera originale nei contenuti ma aderente nell’intento e nelle finalità.
Rossi, comico fin dal corpo, possiede uno stile classico ed efficace, la sua satira è profondamente morale e civica, un tempo anche anarchica nel suo rifiuto dell’autorità in ogni sua forma.
La sua esperienza come monologhista satirico inizia nel 1992 nel programma di Gino e Michele Su La Testa!, dal quale avrà la possibilità di parlare di marijuana, di socialisti, dell’inutilità del carcere, dei “legaioli” (i primi passi della Lega Lombarda in quegli anni) dalla TV di Stato.
A differenza di altri autori e attori satirici, Rossi non insegue lo shock o la così detta risata “verde”, preferendo muoversi in un ambito comico improntato sull’espressività: molte delle sue battute, pronunciate da qualcun altro, non fanno ridere.

IL NUOVO CHE (NON) AVANZA

Nonostante i grandi nomi della satira siano scomparsi alcuni prematuramente, altri giustamente, altri ancora purtroppo non sono scomparsi affatto, esistono nuove leve nel teatro satirico, nella stand up comedy e nella letteratura di genere che possono rappresentare una più che valida nuova generazione.
Restando sul tema della satira in televisione, questo nuovo non avanza poi tanto ma si sta facendo le ossa nei teatri e sul web: c’è da pensare che i tempi del Mistero Buffo, de IL Caso Scafroglia o del Satyricon di Luttazzi in RAI siano lontani, che la televisione si sia riempita di zella a tal punto da essere diventata anti-aderente per contenuti che addirittura facciano riflettere le persone, e che quindi non abbia poi tanto senso sperare che anche questa nuova generazione possa avere la propria possibilità di arrivare in TV. Esiste internet, che è libero e quasi sta diventando generalista, eppure la scatolina luminosa rimane una grande occasione sprecata soprattutto per arginare l’epidemia che ha sterminato lo spirito critico da questo splendido e sfortunato Paese ostaggio di un’armata di teste di cazzo.

Giorgio Montanini è il capofila dei comici satirici italiani, probabilmente il migliore anche se non tutti lo trovano divertente (è un sotterfugio retorico per dire che a me non fa ridere), forse per un’attitudine aggressiva, forse perché troppo impegnato a spiegarti come funziona la vita, forse perché a me l’accento marchigiano arrapa, c’è qualcosa insomma che non lo rende buffo. Intendiamoci: non c’è bisogno che un comico satirico sia buffo, ma la cosa aiuta a trovarlo divertente.
Sul piano tecnico siamo in presenza di un fuoriclasse: Montanini ha ritmo anche se si mangia le parole (lo faceva anche Luttazzi quindi noblesse oblige), aggredisce la morale e il senso comune da punti di vista inattesi, ogni tanto bestemmia pure, non ha paura di essere politicamente scorretto anche verso temi che oggi sembrano intoccabili come la questione di genere o l’aborto.
Come quasi tutti i suoi colleghi della nuova generazione, non ama parlare di politica in senso stretto né parlare di attualità. I suoi temi sono la religione, il sesso, i ruoli sociali, la morale.

Filippo Giardina è l’esegeta di questa nuova generazione di stand up comedian all’italiana. Fondatore del collettivo Satiriasi che ha lanciato anche Montanini e Saverio Raimondo, rappresenta probabilmente la principale stortura della satira italiana al giorno d’oggi, riassunta in una sua definizione di Stand up comedy:

pensieri impopolari, frasi controverse e un po’ di sborra

che riassumono il suo stile e descrivono di fatto quella che un tempo si definiva satira di costume, molto bella, particolarmente controversa, effettivamente vicina alla Stand up comedy contemporanea ma dove cazzo è finita la satira politica, quella che attacca il Potere? Vogliamo sul serio far andare in giro Matteo Salvini nel disinteresse generale? Ministro degli Interni? Senza dire niente?

Saverio Raimondo è il comico più vicino alla tradizione della generazione precedente, al punto che l’influenza di Daniele Luttazzi emerge senza venir troppo camuffata. Bravo, preciso, impegnato, non spacca.

Edoardo Ferrario, meglio conosciuto come “Er Pips”, merita una menzione per il suo talento espressivo che ne fanno uno dei comici più divertenti del momento. Funziona all’interno di uno spettro piuttosto ristretto, che è un personaggio della gioventù studentesca romana, un po’ di sinistra, amante delle canne e della “presa bene”. La sua web serie “Esami” mette in mostra le sue abilità interpretative e la naturalezza del suo essere comico e le brevi puntate, ciascuna dedicata a una facoltà universitaria, vanno giù che è una bellezza. Dal 2016 è nello staff di Quelli che il Calcio in veste di imitatore classico, un po’ banale e ingabbiato.

Luca Ravenna è una creatura ibrida, un comico milanese trapiantato a Roma nel collettivo Satiriasi. Veloce, arguto, preciso, resiste alla tentazione di scandalizzare continuamente il pubblico, distinguendosi dal resto della “scuola romana”. Fantastico l’equilibrio pericolosissimo con cui pronuncia battute razziste sui romani o i napoletani. Qua subentra del gusto personale, ma è probabilmente il più divertente sulla scena.

La satira sul web. Basta però, sono ore che scrivo cazzate. La cosa migliore che c’è in giro è Lercio.

3 risposte a "La satira italiana e altre cose scomparse"

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  1. Complimenti per l’excursus approfondito. Per completezza: su Luttazzi, di cui siamo fan sfegatati – lo seguiamo da sempre – ci piace precisare che la vicenda dei presunti plagi non è affatto “ambigua”. Se interessa, qui debunkiamo in dettaglio TUTTE le balle del killeraggio 2010: https://luttazzifans.wordpress.com/2016/03/05/il-non-caso-luttazzi-6/

    Qui un’esperta spiega la novità della sua arte e perché chi lo accusò era quantomeno incompetente: https://luttazzifans.wordpress.com/2015/02/05/transcreare-un-nuovo-tipo-di-umorismo-luttazzi/

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  2. Grazie! Anche io vado matto per Luttazzi e non posso non considerare l’influenza enorme che ha avuto sul modo di parlare e di pensare della mia generazione. Non ritengo la vicenda in sé ambigua ma considero tale il “caso” montato, in cui Luttazzi è finito vuoi o non vuoi e non è stato in grado di uscirne in modo omogeneo, a mio avviso, alternando molte, troppe versioni. Per me la questione dei calchi non è una questione, anzi rientra nella figura di Luttazzi come “filologo” della stand up americana. Le argomentazioni riportate nei link le conoscevo già ma grazie per averle ricicciate, sono sempre utili per smantellare quella che è una macchia ingiusta su una carriera straordinaria.

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