Cold War, ma anche un po’ chissenefrega

Cold War (orig.: Zimna wojna, Paweł Pawlikowski 2018)

Dice, andiamoci a vedere un film polacco, in bianco e nero, in 4:3, su una storia d’amore che attraversa vent’anni di guerra fredda nell’ex blocco sovietico, osannato da una critica che sta orgasmando sovreccitata da giorni macchiando tutti i tappeti rossi, una struggente storia d’amore, poi ha vinto la Miglior Regia a Cannes che nessuno a parte gli addetti ai lavori sa effettivamente cosa minchia voglia dire. Del resto ogni tanto le mattonate sul pube fanno bene, ci fanno ricordare chi siamo, ci rendono vivi e poi la critica tutta in blocco non si può sbagliare, no?

Cold War è l’ultima fatica di Pawlikowski, regista polacco con un sacco di consonanti che ha attirato l’attenzione internazionale nel 2004 col suo garbato e pruriginoso My Summer of Love. Con quest’ultimo melodramma (pseudo)storico, che rivisita e raffredda le epopee d’amore in salsa hollywoodiana che andavano di moda negli anni 40, Pawlikowski vola molto in alto fino all’Olimpo del pretenzioso, regalandoci un’opera gelida, vuota, bellissima e irritante nel suo manierismo spocchiosello.
Si può comprendere cosa abbia motivato le recensioni tumide d’entusiasmo su questo film, considerati i suoi meriti tecnici, le sue inquadrature molto classiche e studiatissime, ‘sto bianco e nero indifferente nei confronti di ciò che illumina, il continuo e praticamente perfetto equilibrio tra “dentro” e “fuori” l’immagine ripresa e poi il formato in 4:3, stridente infilato nello schermo del cinema, che non può che far bagnare le mutandine di una certa critica che scambia forma con contenuto, estetica con etica, messaggero con messaggio.
A parte la confezione ineccepibile, la storia narrata ha tutti i numeri del classicone: nella Polonia del dopoguerra, una compagnia musical-teatrale che mette in scena canti d’amore contadini viene notata dai funzionari cattivi comunisti che cercano di piegarla alla propria propaganda. Il fascinoso direttore artistico della compagnia, l’uomo con la fronte più larga del blocco sovietico, si innamora di una delle sue cantanti ma deve fuggire dalla Polonia per inseguire i suoi sogni artistici. La invita a venire con sé e inizia un’epopea ininfluente che attraversa circa vent’anni e tre-quattro diversi Paesi dell’Europa attanagliata nella morsa della Guerra Fredda. Lui la ama, lei pure ma a Parigi rivela il carattere di merda piuttosto stereotipato della ragazza bona e matta come un cavallo, si sposa con altri uomini, torna da lui, poi però no, poi sparisce, poi ritorna.

Tutto questo è schiacciato in un formalismo ossessivo del quale gradualmente emergono gli intenti: il film è montato in sequenze brevi intervallate da lunghe dissolvenze in nero, che insomma stanno a significare che il tempo trascorre identico a sé stesso, monotono e opprimente… grazie della lezione Orson Welles; i personaggi nel corso degli anni non cambiano molto, tranne che per dettagli che li imbruttiscono e li “stancano”, insomma si stanno consumando in una storia d’amore impossibile; il formato in 4:3, caro a Pawlikowski (Ida, 2013) comprime i dettagli e rappresenta la loro storia d’amore soffocante; a Parigi, lui comincia a fare con lei ciò che il regime polacco ha fatto con la sua compagnia teatrale, vale a dire cambiarla alla propria bisogna, perché insomma l’amore puro non esiste, è sempre un rapporto di forze e basta così, chissenefrega.
L’idea di fare un film con le caratteristiche narrative di un melodramma ma di conferirgli un’iper-forma che apre e chiude sequenze emotive inanellandole in un tempo fermo è molto cerebrale, sicuramente acchiappapremi, ci si può anche spellare le mani ad applaudirla, il problema è che in tutto questo non c’è spazio per le emozioni. Non che personalmente ne cercassi, ma se lo spettatore arriva alla fine di un film che spruzza tragedia da tutte le ghiandole e si domanda semplicemente perché tutto quello che ha visto dovrebbe importargli, se insomma alla fine di tutto rimangono gli occhi pieni di bellezza e il cuore pieno di un gigantesco chissenefrega, che cosa lo fai a fare il cinema?

Voto: due occhi della madre su cinque

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