South Park: l’oltraggio, il corpo

(per questa recensione non richiesta, un banner richiestissimo a Frad, che ringrazio assaje)

Senza South Park (Matt Stone e Trey Parker, 1997 –) la cultura pop occidentale non sarebbe la stessa e questo va inteso nel bene e nel male, dal momento che South Park, nei suoi 21 anni di vita, ha innalzato un bel po’ di asticelle riguardo a ciò che è possibile rappresentare, vedere e pensare.
Ereditando la vocazione anarco-pop della stand up comedy statunitense tra gli anni 70 e i 90 (l’Olimpo popolato da Carlin, Hicks, Philips) e passando in un frullatore a stelle e strisce lo spudorato e deficientissimo genio dei Monty Python, South Park approda alla tv USA nel 1997, diventando immediatamente un oggetto di culto, fin dall’estetica dei pezzi di cartone che prendono vita con la tecnica della cutout animation.
In questo mondo scattoso e lisergico hanno luogo le esistenze di quattro bambini di otto anni (che cresceranno di un anno nel corso della quarta stagione) il cui sguardo reinterpreta e addirittura eticizza la realtà deformata e meschina degli adulti. Questa premessa morale reggerà il peso di buona parte della serie ed è il miglior argomento contro chi, per malafede o per pigrizia, bolla South Park via via come “cinico”, “nichilista”, “volgare”. Il punto di vista morale della serie è infatti particolarmente marcato e fermo, elemento che colloca South Park nell’ambiente della satira, allontanandolo dunque da altri cartoni animati “per adulti” come i Simpson o i Griffin, che conservano invece una struttura da sit-com. Per essere precisi precisi, i Simpson ogni tanto “fanno” satira, ma questo non fa dei Simpson una serie satirica. Dei Griffin ci occuperemo più avanti. Forse.

L’articolo è lunghetto, quindi sfrutto una delle due cose che so sull’html per farvi l’indice (l’altra cosa che so sull’html è svolgere l’acronimo):

Un po’ di storia
L’oltraggio e Bloody Mary
La dimensione comica
Il nichilismo e la fase riflessiva: verso il trumpismo
Meglio i Griffin
Eric Cartman
Garrison/Trump
Randy Marsh/Lorde
Butters Stotch

Un po’ di storia

La classificazione nerd impone di citare come primissime puntate ante litteram di South Park i corti “Jesus Vs Frosty” (1992) e “Jesus Vs Santa” (1995), anche se la serie apre i battenti nel 1997 con il leggendario “Cartman gets an anal probe” (in italiano Cartman si becca una sonda anale). Nella Terra dei Cachi, come andava di moda in quegli anni, Italia 1 si strafotté dell’integrità dell’opera di cui aveva acquisito i diritti e mandò in onda in secondissima serata, sotto le vacanze di Natale del 2000, sia Cartman gets an anal probe che Mr Hankey the Chnativity.pngristmas Poo (1×10), che si apriva con una recita della Natività ad opera della terza elementare di South Park nella quale la Madonna, a gambe all’aria sul fieno, partoriva un feto violaceo lanciandolo per aria.
Questo gesto di macelleria artistica da parte della rete ggiovane dei biscione, già avvezza a sbrindellare anime giapponesi vagando avanti e indietro nelle trame, rappresentò un paradossale ottimo biglietto da visita per South Park in Italia: veniva violata la Santità del Natale in faccia al Vaticano (il feto sparato dalla Madonna ricordava un aborto) e introdotta la natura sboccata e spavalda della serie. Lo stesso anno Italia 1 presentò I Griffin (Family Guy, 1999 – ) e questo incoraggiò gli spettatori ad avanzare paragoni tra le due serie, paragoni improvvidi e fuori luogo dal momento che, come è noto, South Park sta a I Griffin come Picasso sta al tuo compagno delle medie che disegnava bene.
La prima stagione fila liscia liscia senza un intoppo, complice l’indubbio effetto novità in particolare per la televisione mainstream pre-Youtube, nonostante la collocazione in palinsesti crepuscolari. Il doppiaggio cambierà nel corso degli anni, anche nella versione USA nella quale quasi tutti i personaggi sono interpretati dai due autori: rispetto alla resa stridula e straniante delle prime stagioni, si andrà verso un doppiaggio più interpretato ed emotivo, una scelta stilistica e comica ben precisa. Le versioni italiane sono invece due: quella delle prime quattro stagioni, qualitativamente migliore ma censurata (“figlio di sultana”, “cazzarola” fino all’incredibile “porco zio” che avrebbe voluto addolcire il ben più lieve “goddammit”) e quella successiva, molto più piatta ma aderente all’originale.
Un peccato questa seconda versione italiana, che farà perdere del tutto l’impronta comico-acida del doppiaggio originale, poggiato sull’iper-interpretazione e sul pathos che ridicolizzano le scene di dolore o di paura.
Nel corso degli anni la serie cambierà molte volte nello stile, nei temi trattati, addirittura nella personalità dei protagonisti: i due autori, volubili, anarchici e teste di minchia, costruiranno e smantelleranno la propria creatura giocando con l’attenzione e con la pazienza dello spettatore. Difficile trovare un’altra serie TV così mutevole, a partire dalle incredibili trasformazioni dei protagonisti (uno su tutti: Mr Garrison).

L’oltraggio e Bloody Mary

A dispetto dell’indubbia complessità di South Park, dei suoi contenuti morali e sociali, a motivare l’intera operazione di Parker e Stone è sempre stato il gusto stronzissimo per l’oltraggio. Lo stesso disclaimer che apre ogni puntata dal 1997 avverte in modo chiaro che lo spettacolo “non dovrebbe essere visto da nessuno“, il che svela l’atteggiamento provocatorio e svergognato dei due autori, paragonabili a due tredicenni sfiorati dal genio e con una scorta a vita di cannabinoidi.
South Park è uno strumento che serve a scassinare, anche con violenza, la pubblica opinione e in generale ciò che è pubblicamente accettato e considerato normale. Questa formula rimane invariata negli anni, pur tra le notevoli trasformazioni e sperimentazioni comico/politiche cui andrà incontro la serie.
Accade dunque che si dedichi un intero episodio a una donna con un feto morto attaccato alla testa (Conjoined foetus lady, 2×05), o che un uomo in costume da panda canti una canzoncina stupida sulle molestie sessuali (Sexual harassment panda, 3×06), o che un prete scopra un sacro documento vaticano che prescrive di stuprare i bambini (Red hot catholic love, 6×08), o ancora che Paris Hilton tossisca sperma e si sieda su un’ananas facendola scomparire (Stupid spoiled whore video playset, 8×12).
La spinta verso l’oltraggio ha ovviamente un senso politico per South Park e investe prima di tutto il corpo, le sue produzioni, i suoi orifizi, il sentire di cui è capace a partire dall’orrore e dalla paura: in tal senso la riflessione di South Park è biopolitica e si allaccia alle posizioni ultra-ultra-ultra liberal dei due autori.
Tra gli episodi oltraggiosi vanno citati alcuni che rappresentano dei punti di svolta sia nella serie in sé che in generale nell’insieme di categorie ed elementi di cui dispone la cultura pop occidentale, nella sua componente mainstream quale può esserlo la televisione. Si tratta di episodi che hanno spinto il rappresentabile, il mostrabile, il pensabile sempre più sul ciglio di quel dirupo morale oltre il quale, per molti detrattori, c’è solo il nichilismo (si veda avanti).
Il primo punto di non ritorno è rintracciabile nella doppia puntata Do the handicapped go to hell?…Probably (4×10 e 4×11), una lunga e articolata riflessione su disabilità, scelta e fede che probabilmente rappresenta il passaggio definitivo della serie dalla commedia alla satira. Nell’episodio i bambini protagonisti cercano di capire se il loro amico disabile Timmy finirà all’inferno, essendo incapace di parlare e dunque di confessarsi. Spaventati a morte (si legga plagiati) dai racconti sull’eterna dannazione, i bambini spingono una suora a telefonare all’allora papa Giovanni Paolo II che, vecchio e disabile anch’egli, risponde farfugliando e annunciando di essersi cagato addosso. In Italia la puntata non fu trasmessa insieme a Cartman joins NAMBLA (4×05) che affrontava a schiaffo il tema della pedofilia.
Un altro punto di svolta è rappresentato da uno degli episodi più celebri, Scott Tenorman must die (5×01) su cui bisognerà tornare più avanti.
Sul piano prettamente visivo, è The entity (5×11) a spingersi un po’ più in là, mostrando una penetrazione anale, seppure ad opera di una sorta di veicolo ultra-veloce inventato da Garrison.
Nel 2005 Parker e Stone firmano la più bella stagione della serie, la n. 9 con un’infilata di episodi in cui gli elementi oltraggiosi e offensivi sono talmente accelerati da stordire: Mr Garrison fancy new vagina (9×01) con un’operazione di vaginoplastica dal vivo e l’insopportabilmente lunga scena della “prima pipì nel bagno delle signore”, Marjorine (9×09) con il suicidio inscenato di Butters e la disperazione dei genitori talmente realistica da mettere a disagio (dettaglio distrutto dal doppiaggio italiano) e Bloody Mary (9×14) il cui riassunto è una statua della Madonna che sanguina dal culo.
Per toccare quelle vette di ferocia antiborghese dovrà arrivare la vicenda del Jyllands-Posten, il giornale danese che, nel 2005, pubblicò vignette su Maometto attirandosi l’ira fondamentalista in alcuni Paesi Arabi. Cartoon wars Pt I and II (10×03 e 10×04) provarono a superare il limite che era stato appena imposto, mostrando un’immagine di Maometto che fu censurata da Comedy Central. Al di là della vicenda della censura, i due episodi spiegano in maniera inequivocabile la posizione di Parker e Stone sulla libertà d’espressione e in generale sui limiti sociali e religiosi.

La dimensione comica

South Park, come si è detto, è più vicino alla satira che alla commedia e questo si traduce nel fatto che lo show non sempre “fa ridere”, soprattutto nelle ultime stagioni. Gli elementi comici sono spesso utilizzati per imprimere concetti morali o consentire allo spettatore di soffermarsi su parti della storia ritenute importanti dagli autori. Non manca un linguaggio comico nella sua accezione classica, cui Parker e Stone ricorrevano in modo massiccio soprattutto agli inizi. Accade dunque che si indugi su un’espressione stupida o su un sorriso dopo aver detto o fatto qualcosa di particolarmente grave, o ancora che vengano introdotti nella storia elementi grotteschi e assurdi con la pretesa che passino inosservati, e questa è la prospettiva comica che potremmo definire “scuole medie“. Quando il ritmo funziona, le scene in questione fanno davvero ridere, per la madornale scemaggine con la quale vengono presentate, come le morti di Kenny, la gamba di Scannachiappolo che è in realtà Ridge di Beautiful (Volcano, 1×02) o l’incredibile massacro di tacchini nel mattatoio, dal quale si salverà solo il tacchino disabile Gloglotto (Hellen Keller! The Musical, 4×14).
gloglottoAltre volte gli elementi grotteschi non sono fulminei e vengono usati a pretesto per sorreggere interi episodi, come l’attrezzo per esercitare le braccia che “eiacula” un liquido rinfrescante (Crème Fraîche, 14×13) o la mano di Cartman che viene scambiata per Jennifer Lopez (Fat Butt and Pancake Head, 7×05) quest’ultimo puro, purissimo Monty Python.
Questi elementi propriamente comici, affiancati dalle classiche “battute” da sit-com, sono andati via via diradandosi in favore di un impianto più aderente e funzionale alla critica sociale e alla satira, pur conservando la spudorata passione per ciò che ci faceva ridere a 13 anni: poche cose come South Park riescono a tenersi in equilibrio tra la satira più acida e crudele e la comicità sulle scoregge.
L’estrema sintesi di questa seconda dimensione comica in South Park potrebbe essere “ridicolizzare il serio“. Tale distorsione ridicola intacca soprattutto l’estetica di certi comportamenti sociali, svuotandoli del significato attribuito loro dal sentire comune. Un esempio lampante proviene da Safe Space (19×5), puntata dedicata al body shaming, preso di mira da Parker e Stone insieme a molte altre manifestazioni della tragicomica ipocrisia americana e, per estensione, occidentale. Nell’episodio Cartman pubblica sui social una foto di sé seminudo e viene ovviamente crivellato di critiche. Colpito personalmente, avvia una ridicola campagna contro il body shaming (il semplice fatto che a generare la campagna sia Cartman la rende ridicola). L’idea che le persone si mettano in mostra e si lamentino contestualmente di essere giudicate rappresenta alla perfezione il bersaglio dell’ultimo South Park: un Popolo che prende sul serio mette in mostra qualsiasi aspetto della propria vita personale al punto da accecarsi rispetto al contesto in cui questa cosa è inserita. Quello bersagliato da South Park è un Popolo che finge di non notare che una persona è grassa e che allo stesso modo ignora la povertà o il divario sociale su base etnica. Un Popolo che ha paura di manifestare stupore per un ex atleta che diventa una donna a 66 anni (Stunning and brave, 19×01, l’episodio dedicato a Caitlyn Jenner). Da questo Popolo, secondo Parker e Stone, nascerà il trumpismo come diretta emanazione dell’incapacità degli americani di percepirsi nei contesti sociali, politici e storici e quindi di percepire le conseguenze delle proprie azioni, fino ad arrivare a quella shameless America raccontata in Safe Space (19×5), un’utopia reazionaria nella quale nessuno può essere criticato o attaccato per via delle proprie idee o azioni, fossero anche le idee e le azioni di Donald Trump. Questo punto di vista, questo dipingere le persone, senza praticamente eccezione alcuna, come manichini svuotati della propria dimensione collettiva, politica, perfino affettiva ma solo orientati alla difesa del proprio “spazio personale”, ha attirato su Parker e Stone l’accusa di nichilismo.

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Il “nichilismo” e la fase autoriflessiva: verso il trumpismo

Come molte altre serie TV, soprattutto comiche e soprattutto in forma di cartoon, anche South Park approda alla fase autoreferenziale, ma lo fa a modo suo. Il primo passaggio verso l’autoriflessione, attraverso l’inserimento di elementi metacomunicativi messi in bocca ai personaggi, è probabilmente contenuto in You’re getting old (15×07), non a caso uno dei pochissimi episodi in cui Parker e Stone rinunciano a ridicolizzare o ad aggredire i sentimenti dei protagonisti, lasciandosi andare a (controllatissimi) momenti che potremmo definire seri. Nella puntata, una delle più belle e complesse dell’intero show, Stan Marsh compie dieci anni e smette di provare piacere per le cose che amava fino a poco tempo prima. La musica suona di merda, le persone parlano di merda, tutto assomiglia letteralmente alla merda. Una volta dal medico, scopre di essere uno stronzo cinico e la sua vicenda, impostata sulla graduale e irrimediabile consapevolezza di aver perso per sempre il contatto col proprio passato, si alterna alla separazione dei suoi genitori. L’episodio culmina in un disperato discorso della madre di Stan al marito:

«Per quanto tempo possiamo andare avanti così… è come se la stessa merda si ripetesse ogni settimana, la stessa storia in una versione diversa, è una situazione che sta diventando sempre più ridicola»

appare evidente che a parlare siano Parker e Stone e che stiano parlando di South Park.
La riflessione sul cinismo e sul senso di svuotamento che comporta l’atto di crescere sembra mostrare il bisogno degli autori di far evolvere la propria creatura, abbandonando la struttura classica degli episodi, autoconclusiva e ciclica, così come attaccata dal discorso di Sharon Marsh (la stessa merda che si ripete ogni settimana).
Dalla stagione 19 la forma e i contenuti della serie cambieranno definitivamente, fin dai primi secondi della prima puntata, con l’arrivo del nuovo preside della scuola elementare (P.C., Politically Correct) e con l’indebolimento della figura di Cartman. Da quel momento le stagioni si “serializzano”, le puntate cioè non sono più autoconclusive ma sono legate una all’altra, la serie abbandona l’ultimo residuo formale della tradizione da “sit-com” e le intere vicende prendono a ruotare intorno ai temi classici di South Park: l’ipocrisia, il conformismo, il politicamente corretto, il prendersi sul serio. Il pretesto di parlare di sé stessi apre a una riflessione se vogliamo anche filosofica sugli aspetti emotivi e sui principi morali che sostengono la cultura occidentale e i suoi prodotti recenti: si tratta delle stagioni più direttamente “politiche” della serie e decisamente quelle più difficili da guardare se non si ha conoscenza del linguaggio di South Park.
In sé l’operazione è impressionante soprattutto perché questa riflessione si dispiega in tempo reale, dal momento che le puntate seguono settimanalmente gli avvenimenti politici e di costume. Se si osserva tuttavia l’andamento delle ultime stagioni (19-22), si ha la possibilità di tracciare un percorso, che individua negli atteggiamenti, nella disposizione, negli affetti delle persone, il filo rosso dell’involuzione politica dell’Occidente: si tenta insomma di procedere dal particolare all’universale, sottolineando le responsabilità oggettive dei cittadini nello scivolamento sociale verso la barbarie, responsabilità che investono anche semplicemente le emozioni cui si decide di cedere: il desiderio di Randy Marsh di conformarsi all’ondata Politically Correct pur contro le proprie idee, rendendosi prima testimone e poi complice del declino (Stunning and brave, 19×01); la scelta reazionaria dei cittadini di South Park di mangiare i member berries, bacche che invitano le persone a rifugiarsi nel passato, preferendo così la comodità dei ricordi all’obbligo culturale di comprendere e affrontare una realtà in fase di cambiamento (Member Berries, 20×01).

La puntata di chiusura della stagione 19 si lascia scappare uno spiegotto un po’ ingenuo, che tuttavia fornisce ulteriori chiavi di lettura per bocca di Nathan, il bambino disabile nemesi Timmy:

«anche il Politically Correct è una forma di gentrificazione: per creare un falso paradiso basta mettere all’indice le parole e sbarazzarsi delle brutte cose»

L’attacco frontale al politically correct mosso per tutta la 19a stagione è motivato dunque dal bisogno di contrastare questa “distrazione di massa” che lascia i rigurgiti sociali e politici ribollire sotto la superficie, imbellettata dal pensiero liberale. In questa America non possono esistere i razzisti, gli omofobi o i sessisti: è accaduto che l’ossessione politically correct abbia rimosso queste realtà dallo scenario sociale, eliminando dalla vista anche chi ne è portatore, che crescerà indisturbato fino a giungere all’ascesa di Donald Trump, tra le stagioni 20 e 21. A ben pensarci questo pensiero sembra echeggiare nella retorica del “buonismo” che da noi è appannaggio della maggioranza di governo e dei suoi sostenitori, solo che questi ultimi sono troppo ritardati per giungere a un tale livello di astrazione.
a012ce969e2be0b5f656027c2e07828d.jpgSul Trump di South Park ci sarebbe da dire molto, a partire dal fatto che è in realtà Garrison, il maestro delle elementari. Così come bisognerebbe dire molto sulla stagione 20 e sull’analisi del trolling politico e sociale che ha portato a Trump ma questa recensione, oltreché non richiesta, sta arrivando a livelli di nerditudine tali che probabilmente la stai leggendo solo tu.
Sì, dico a te.

Meglio i Griffin

Ecco un ottimo modo per dimostrare di non capire un cazzo.

Chiudiamo con alcune brevi monografie.

Eric Cartman

L’importanza di Cartman nell’economia di South Park è fuori discussione: a partire dalla prima puntata che porta il suo nome (Cartman gets an anal probe, 1×01), il personaggio ha letteralmente divorato la serie per anni. La personalità di Cartman ha attraversato evoluzioni notevoli verso una complessità inusuale per questo genere di prodotti (una sit com animata, almeno all’apparenza), pur conservando una coerenza interna piuttosto attenta ai dettagli: Cartman è un bambino vorace, egocentrico, meschino, bugiardo e disonesto dalla prima all’ultima puntata (con una parentesi poco credibile e poco interessante verso la fine). Un personaggio tecnicamente negativo, di fatto una nemesi per gli altri protagonisti, eppure centrale se non proprio iconico.
Nelle prime stagioni dipinto come grasso e irascibile, già attraversato da tratti di sociopatia, sboccia nella quarta stagione fino a culminare in uno degli episodi più celebri di South Park: Scott Tenorman must die (5×01), una sorta di Manifesto dell’implacabile ferocia di cui è capace South Park per mano di Cartman.
L’episodio sfiora la perfezione nella struttura narrativa, sviluppata in un crescendo di angherie e vessazioni cui è sottoposto il protagonista, creando un sottotesto perfino etico che esplode nel finale, terribile, mostruoso eppure come giustificato, cosa che ci rende complici delle motivazioni di Cartman.
Lo squilibrio tra la motivazione e l’azione è alla base di quasi tutte le iniziative del bambino, e rappresenta una delle chiavi comiche centrali per l’intero South Park.
Se pure è vero che Parker e Stone, nel corso degli anni, hanno conferito tratti oscuri e negativi anche ai bambini protagonisti, che erano stati a lungo gli unici personaggi positivi dal cui sguardo sprigionava la visione morale dell’opera, con Cartman questa operazione non è mai stata tentata: quello che è forse il vero protagonista di South Park è un personaggio compiutamente negativo, meschino, l’americano medio che è il bersaglio principale della satira della serie. Questo rende South Park ancora più strano e irripetibile e ci costringe a guardare dentro la parte marcia di noi, quella che prova attrazione per le teste di cazzo.

Il Signor Garrison / Donald Trump

Un’altra fonte inesauribile di episodi è Mr Garrison, nelle prime stagioni maestro elementare dei bambini protagonisti e successivamente qualsiasi altra cazzo di cosa.
Al momento non mi vengono in mente altri personaggi di serie televisive altrettanto proteiformi, nel corso delle 22 stagioni di South Park Garrison è stato maestro elementare, molestatore di bambini, gay dichiarato, scrittore, maestro d’asilo, donna eterosessuale, lesbica, di nuovo uomo, Donald Trump (letteralmente).
Come per Cartman, pur nelle assurde trasformazioni del personaggio, esiste una coerenza caratteriale che per Garrison è rintracciabile nella confusione e nell’impulsività. Garrison è un personaggio negativo, come del resto tutti gli adulti della serie (fatta eccezione per Chef che poi è andato sul culo a Parker e Stone per la vicenda Scientology). All’inizio della 19a stagione, licenziato per non essere sufficientemente “politically correct”, inizia la sua avanzata politica con i Repubblicani, incentrata sull’odio e sul razzismo, sentimenti repressi nella società perbenista di South Park.
In Member Berries (20×01) Garrison-Trump, in preda al panico a causa dell’inspiegabile supporto popolare, tiene un discorso durante un dibattito con Hillary Clinton, pregando i suoi sostenitori di votare per lei. Clinton, per tutta risposta, non capisce di avere la vittoria in tasca e si limita a ripetere ottusamente le imbeccate dei suoi spin doctor. Paragonato alla gelida stupidità della candidata democratica, il discorso disperato di Trump scavalca il significato delle sue parole (“non votate per me”) e travolge il pubblico perché suona sincero ed emotivo. L’effetto di quel dibattito è raggelante, soprattutto se letto col senno di poi e l’intera ventesima stagione di South Park andrebbe mandata in onda a ripetizione a reti unificate per scardinare via dalla testa della gente il richiamo del populismo.

Randy Marsh / Lorde

Randy è un altro personaggio sul quale Parker e Stone si sono divertiti molto.

Lorde.pngInizialmente “solo” papà di Stan, unico scienziato del paese se si esclude Mephesto, gradualmente afferra la bandiera dell’americano medio, meschino, egoista, trasformista e ipocrita. Un personaggio letteralmente schifoso che, come molti altri esempi in South Park, suscita simpatia per non ben precisati motivi, probabilmente perché dotato di un set di paranoie e insicurezze che lo fanno percepire prossimo all’irrimediabile e squallida solitudine che ci accomuna un po’ tutti.
A parte assumere un ruolo centrale nelle stagioni “politiche” della serie (19-21), Randy Marsh è in realtà la cantante Lorde.
Eh, quando non capite perché, la risposta è sempre quella: Monty Python.

Butters Stotch

Butters Stotch è probabilmente l’unico personaggio pienamente positivo della serie. Ingenuo, stupidello, credulone, è la vittima designata di Cartman, di cui ha fatto negli anni un’eccellente spalla comica. Merita attenzione per due episodi che lo vedono protagonista, che sono tra i più belli di South Park: Butters’ very own episode (5×14), il cui intreccio è strepitoso per un episodio di 20 minuti e Marjorine (9×09), nel quale interpreta una finta studentessa per imbucarsi tra le ragazze della scuola, con l’incredibile storia di sfondo dei genitori che lo credono morto, parodia del mitologico Pet Sematary di Mary Lambert (1983), tratto da Stephen King, quello con la canzone dei Ramones. Orgasmi nerd multipli che poi bisogna buttare i pantaloni.
Chevvelodicoaffà.

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Voto: 5 Randy Marsh/Lorde su 5

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