La Casa di Jack e l’Umanissima Commedia di Von Trier

Per chi ama Lars Von Trier e anche per chi non lo ama ma non può fare a meno di lui, l’uscita di un suo nuovo film è sempre accompagnata da una sorta di attesa reticente: sai di voler vedere quel film, ma sai pure che ti darà incredibilmente fastidio.
Perché Lars è così, è il ragazzino problematico di cui ti innamori alle medie che ti mette un rospo morto nello zaino, è la tua band preferita che ti fa un concerto solo con i pezzi dell’album appena uscito, è un morso piazzato nel bel mezzo di un pompino da paura.

L’ultima fatica del regista danese arriva cinque anni dopo quel Nimphomaniac (2013) perturbante, verboso e perfino infantile di cui The House That Jack Built (2018) sembra la prosecuzione matura e compatta. Di Nimphomaniac conserva l’estetica da porno raffreddato, stavolta spostata sull’orrido, la struttura in capitoli e il cipiglio didascalico sia nell’incursione di brevi filmati esplicativi, che nella rottura degli argini simbolici, con spiegotti irritantissimi su ciò che il buon Lars intende veramente ma veramente farci capire. Il messaggio insomma ogni tanto arriva a caratteri cubitali.
Intendiamoci: il film è bello, probabilmente il più complesso e maturo dopo Melancholia (2011), ma stiamo parlando di Von Trier e il pacchetto comprende anche qualche calcio nelle gengive.
La storia, come al solito, è un pretesto per parlare d’altro: Jack (un Matt Dillon da sbattere al muro) è un serial killer con seri, serissimi problemi con le donne. Ci sono quelle dispotiche e manipolatrici (Uma Thurman), quelle gentili e innamorate, quelle vedove e sospettose, quelle stupide come la merda. Si tratta del personale campionario di cliché misogini di cui dispone il regista, che non sembra molto interessato ad approfondire i personaggi delle vittime, preferendo renderle in forma stilizzata, non-umana, quasi a farcele vedere come le vede Jack: dei corpi già morti.
Sulla personalità di Jack, invece, il regista è scatenato e ci restituisce un ritratto meraviglioso che parla soprattutto di lui, ricorrendo a trovate sublimi come i tratti ossessivo-compulsivi del protagonista, che esplodono nella sequenza dell’omicidio della vedova: Jack termina il suo lavoro e monta in macchina. Poi però pensa che forse ha lasciato delle macchie di sangue da qualche parte. Torna a controllare: è tutto a posto e rientra in macchina. Ma pensa di nuovo ad altre macchie di sangue e rientra in casa a controllare. Questa scena si ripete più volte e fa irrompere nella vicenda un elemento comico che spiazza più della sconcertante crudeltà con cui ci viene mostrata la morte della donna poco prima, e testimonia il grado di compiutezza cui è arrivato l’estro del regista, che alternerà con un ritmo impeccabile tragedia e (“divina” ma solo nella confezione) Commedia.
Valutato esclusivamente come thriller (cosa ovviamente sbagliatissima), il film è un crudo, prolisso e stronzissimo esercizio di stile. Assistiamo a colpi di crick in pieno volto, bambini gambizzati, seni recisi e trasformati in portamonete, una sequenza di atrocità estetizzate che, se non parlasse di qualcosa d’altro e cioè della filmografia dello stesso regista e dell’origine del suo bisogno di esprimersi, ci farebbe pensare a un Henry Pioggia di Sangue (John McNaughton 1986) troppo lungo e spocchioso nella forma e nel contenuto. In tal senso è impossibile vedere questo film, come del resto quasi tutta l’opera del regista, prescindendo proprio da Von Trier: siamo di fronte a un autoritratto, personale onanistico e narcisista al punto che risulta molto difficile rintracciarvi messaggi generali, vale a dire non personali.
In questo film Lars ci racconta di quanto sia difficile per lui evitare di fare ciò che fa, ci prega di separare la morale (non l’etica!) dall’arte, ci invita a pensare che il brutto, lo spiacevole sono in realtà processi di trasformazione della realtà che hanno in sé l’Arte al suo massimo livello, poi parla di Nazismo ma solo perché sta ancora rosicando male per le cazziate ricevute a Cannes nel 2011, sassolino che s’era tolto anche nel 2013 in una sequenza di Nimphomaniac ma niente, Lars come persona deve essere simpatico come un grappolo emorroidale.
A noi però piace (piace?) come regista, come artista, come delirio punk che prende le cose che ci piacciono e ci caga sopra, un po’ come ha fatto con il finale del film: l’equivalente artistico di una cagata in salotto mentre sono tutti riuniti a parlare di Hegel.
The House That Jack Built è un film che va visto staccandosene un po’ e soprattutto senza mai trascurare la lente distorta dell’ironia, qualità bizzarra considerato che Von Trier si prende così sul serio che quasi ce ne sembrava sprovvisto, eppure provare per credere, anche se già in Nimphomaniac aveva tentato questa strada.
The House That Jack Built è un film originale, strafottente e impegnativo, che infrange perfino qualche tabù, che infastidisce ed esalta, che dialoga con lo spettatore mentre discende negli inferi danteschi ma gli suggerisce tutte le battute per bocca di Virgilio, un Bruno Ganz alla sua ultima interpretazione che tenterà per due ore e mezza di prosciugare il fiume di deliri grandiosi che Von Trier lascia scorrere senza ormai più freni. Il dialogo tra Jack e Verge, che poi è il dialogo tra Dante e Virgilio, che poi è il dialogo tra Von Trier e noialtri, è una costante nel film che consente al regista di fondare la narrazione su una dialettica manichea tra giusto e sbagliato, tra morale e immorale ma anche tra integro e disintegrato, tra puro e corrotto, in modo da restituirci il senso del  suo bisogno espressivo e in generale trovare una collocazione ai pensieri sbagliati, alle immagini oscene, alle opinioni difformi che popolano per lo più la sua testa di minchia ma un po’, a ben rifletterci, anche la nostra.
Questo Jack/Von Trier è un individuo sbagliato e antisociale che tenta di assolutizzare la propria esistenza, di trovare spiegazioni alte ai propri comportamenti ma che in realtà non esce mai dalla sua condizione, dal suo vissuto e dal suo dolore confuso, al quale reagisce in modo disordinato e violento. Entrambi procedono inseguiti dai propri bisogni e riescono a camuffare la loro opera facendola apparire universale e bella, quando in realtà stanno solo continuando (molto bene) a parlare di sé stessi.
E qual è il più grande favore e allo stesso tempo il peggior torto che si possa fare a un narcisista?
Ammirarlo.

 

Voto: quattro Bjork impiccate su cinque

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