Perché un Pride “sobrio” non ha senso

Nell’Anno del Signore 2020 le automobili non volano, l’unico corpo celeste su cui abbiamo messo i piedi resta ancora la Luna, l’intelligenza artificiale la usiamo per trovare il ristorante più vicino e per favore non fatemi parlare del teletrasporto che neanche riusciamo a tenerci una linea di metropolitana intatta. Nell’Anno del Signore 2020 le stampanti 3D ti fanno un fischietto in 12 ore e le persone vengono ancora marginalizzate sulla base delle cose che fanno con i propri genitali, cose che incredibilmente qualche volta addirittura potrebbero non contemplare l’impiego di peni.

Che bel futuro di merda.

Chi l’avrebbe mai detto che nel 2020 avremmo dovuto ancora spiegare cos’è il Pride e per quale motivo non abbia alcun senso chiedere un Pride “sobrio”. Che poi cosa vuol dire “sobrio”? Come un corteo della CGIL o come una processione in cui sei uomini si caricano sulle spalle una statua della Madonna di tre quintali ricoperta di gioielli inseguiti da una banda di 54 strumenti?

Mi pare evidente che per quanto ci si sforzi non si riuscirà mai a eguagliare il trash di cui sono capaci i cattolici.

La baracconata caciarona chiamata Pride è innanzitutto una commemorazione. Il 27 giugno 1969, a seguito dell’ennesima retata della polizia allo Stonewall Inn, locale “queer” di New York, le persone che lo frequentavano hanno deciso di ribellarsi. La polizia non se l’è fatto ripetere due volte, ci sono stati arresti, sono volate manganellate ma la protesta è cresciuta: storicamente la cosa si definisce una rivolta.
Ad abitare lo Stonewall era un gruppo di persone rifiutate dalla società che lì formavano una comunità ed esprimevano una cultura che passava anche dall’estetica, dal corpo, dal trucco, dai trucchi, dall’incantesimo della fluidità tra i generi. Quella stessa cultura visibile, stridente e insopportabile a certi occhi, ha deciso di rispondere alla violenza della polizia, quella terribile e importantissima notte del 27 giugno 1969. Il Pride è dunque un vero e proprio processo storico di individuazione di un gruppo sociale ed è anche un corteo strano, politico e qualunquista, criticato e normalizzato, creativo e uguale a se stesso e con le multinazionali che sfilano e che dovrebbero levarsi dal cazzo quanto prima.
Sul serio non rendiamo “normale” sfilare accanto alla Mastercard, per favore.

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Il Pride è la più importante esposizione (parola densa, piena, addirittura violenta, quando si parla di certe cose) della cultura LGBTQIA+, compressa e accelerata nello spazio di un pomeriggio, dunque assordante, ridicola, parodistica, aggettivi. La “cultura” è fondamentale: per quanto giusto in termini di convivenza sociale, il vero tema non è l’accesso ai Diritti Civili, che ci rendono uguali, piuttosto è mortale l’impossibilità di essere differenti, difformi, dunque di essere Altro.

Io per esempio non mi voglio sposare, non voglio vivere con la pensioncina di reversibilità del mio maritino colle pezze ar culo come me, non voglio gli applausi reazionari del finale di Arancia Meccanica.
A ben pensarci non è solo la comunità LGBTQIA+ a vivere schiacciata tra le pareti di un modello culturale la cui superficie liscia e viscida non ammette irregolarità, mi vengono in mente le donne “non sposate, non fidanzate, senza figli”, sulle quali grava terribile lo sguardo d’attesa di tutta la società. Mi viene in mente chi vive in una casa occupata, che riceve etichette a casaccio come “criminale”, “abusivo” o, nella migliore delle ipotesi, “una famiglia povera che ha bisogno”. Ecco che rispunta la famiglia (naturalmente tradizionale) e la sua potenza sanificatrice: se sei single, magari hai più quarant’anni e hai anche l’esuberanza di abbracciare la povertà beh…la strada per l’uscita la conosci.
E se al Pride provate a scavare sotto i due etti di fondotinta troverete persone sfruttate, precarie, sottopagate, disoccupate, fuorisede in tripla in una casa di merda col lavandino rotto dal 2004, corpi e teste e tette e chiappe glitterate che bruciano il 70% della propria vita per sostenere una società che non le vuole, proprio come chiunque abbia avuto la sfortuna di scivolare via dallo spettro della luce visibile al modello economico e sociale di cui stiamo vedendo il declino da un bel po’, ma al quale non stiamo trovando alcuna alternativa. Parliamo del modello produttivo, che ti vuole con due braccia per lavorare, due gambe per correre a casa quando hai finito, possibilmente il pene, possibilmente dalla nascita, possibilmente lo infili in una vagina, possibilmente dalla nascita e per carità pene-uomo vagina-donna altrimenti manganellate, come allo Stonewall.
Io invece voglio che dalla mia diversità nasca un Modello Culturale, cosa che stava accadendo fino a una trentina di anni fa (poi sono arrivati gli Anni Ottanta che adesso Netflix ha deciso che dobbiamo adorare: erano anni di merda che hanno seppellito sotto una montagna di soldi almeno vent’anni di movimenti e processi di liberazione), voglio che le mie battaglie si uniscano a quelle delle donne, degli studenti, dei precari, e non voglio che tutto questo assomigli a qualcosa che già c’era: voglio che da questo caos nasca qualcosa di nuovo, voglio che a sorreggere la Società siano nuovi legami affettivi, voglio crescere un bambino fino ai cinque anni, poi passa ad altro, ci pensa Ciccio che è tanto caro e può insegnarti a suonare il violoncello.
Il Pride è una cosa strana, volgare, orgogliosamente sbagliata, è un boa di struzzo, du’ borchie, uno vestito da prete con un fallo gigante tra le gambe. È così che è.

C’è una canzone degli Elio e le Storie Tese che fa così

“vivo come voi, soffro come voi, rido come voi, lo prendo in culo come voi, ma amo più di voi”

E’ evidente che non siamo uguali.

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