Perché un Pride “sobrio” non ha senso

Nell’Anno del Signore 2019 le automobili non volano, l’unico corpo celeste su cui abbiamo messo i piedi resta ancora la Luna, l’intelligenza artificiale la usiamo per trovare il ristorante più vicino e per favore non fatemi parlare del teletrasporto che neanche riusciamo a tenerci una linea di metropolitana intatta. Nell’Anno del Signore 2019 le stampanti 3D ti fanno un fischietto in 12 ore e le persone vengono ancora discriminate sulla base delle cose che decidono di infilarsi nel culo.
Che bel futuro di merda.

Chi l’avrebbe mai detto che nel 2019 avremmo dovuto ancora spiegare cos’è il Pride e per quale motivo non abbia alcun senso chiedere un Pride “sobrio”. Che poi cosa vuol dire “sobrio”? Come un corteo della CGIL o come una processione in cui sei uomini si caricano sulle spalle una statua della Madonna di tre quintali ricoperta di gioielli inseguiti da una banda di 54 strumenti?

Mi pare evidente che per quanto ci si sforzi non si riuscirà mai a eguagliare il trash di cui sono capaci i cattolici.

La baracconata caciarona chiamata Pride è innanzitutto una commemorazione. Il 27 giugno 1969, a seguito dell’ennesima retata della polizia allo Stonewall Inn, locale gay di New York, le persone che lo frequentavano hanno deciso di ribellarsi. Sono volate botte, ci sono stati arresti, storicamente la cosa di può definire una rivolta. Da allora è nato ufficialmente il cosiddetto movimento LGBT, che non è quella cosa che organizza il Muccassassina (ok in parte lo è), bensì un vero e proprio processo storico di individuazione di un gruppo sociale.
Il Pride un tempo si chiamava Gay Pride, però poi le lesbiche, i queer, gli intersessuali, i transessuali, altre vocali che stanno trasformando LGBTQI in un IBAN, dove li mettiamo? Che poi sono loro a rendere il Pride divertente, diciamocela tutta: i gay maschi vanno in giro in canottiera rigidi e terrorizzati dall’idea di incrociare l’ex in un momento in cui non stanno trattenendo la pancia, con la loro terribile acconciatura a banana sopra-rasato sotto e con la sudorazione ostruita dai glitter. Al massimo ci sono i bear che fanno sempre la loro porca, fiera e monolitica figura e soprattutto caricano sul carro un po’ di musica decente. Insomma il Pride è una sfilatona di eccessi per lo più divorati dall’ingorda estetica mainstream, basti vedere le vagonate di pischelli eterosessuali col taglio a banana sopra-rasato sotto che mandano in pappa il gaydar.
Il Pride è un corteo strano, politico e qualunquista, criticato e normalizzato, creativo e uguale a se stesso, frocio ma poi tutti quei pischelli col taglio a banana, che cazzo, ma non ce l’avete una sottocultura vostra?

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Il Pride è la più importante esposizione (parola densa, piena, addirittura violenta, quando si parla di certe cose) della cultura LGBTQI, compressa e accelerata nello spazio di un pomeriggio, dunque assordante, ridicola, parodistica, aggettivi. La “cultura” è fondamentale: per quanto giusto in termini di convivenza sociale, il vero tema non è l’accesso ai Diritti Civili, che ci rendono uguali agli altri, piuttosto è mortale l’impossibilità di essere diversi, dunque di essere Altro.
Io per esempio non mi voglio sposare, non voglio vivere con la pensioncina di reversibilità del mio maritino colle pezze ar culo come me, non voglio gli applausi reazionari del finale di Arancia Meccanica.
A ben pensarci non siamo i soli a vivere schiacciati tra le pareti di un modello culturale la cui superficie liscia e viscida non ammette irregolarità, mi vengono in mente le donne “non sposate, non fidanzate, senza figli”, sulle quali grava terribile lo sguardo d’attesa di tutta la minchia di comunità. Mi viene in mente chi vive in una casa occupata, etichettato a casaccio come “criminale”, “abusivo” o, nella migliore delle ipotesi, “una famiglia povera che ha bisogno”. Ecco che rispunta la famiglia. Se sei single, magari hai più quarant’anni, e hai anche l’esuberanza di essere povero, puoi anche attaccarti alla molle struttura di sto cazzo. E se al Pride provate a scavare sotto i due etti di fondotinta troverete lavoratori sfruttati, giovani precari, donne sottopagate, studenti in tripla in una casa di merda col lavandino rotto dal 2004, persone che bruciano il 70% della propria vita per sostenere una società che non le vuole, proprio come chiunque abbia avuto la sfortuna di scivolare via dallo spettro della luce visibile al modello economico e sociale di cui stiamo vedendo il declino da un bel po’, ma al quale non stiamo trovando alcuna alternativa. Parliamo del modello produttivo, che ti vuole con due braccia per lavorare, due gambe per correre a casa quando hai finito, possibilmente il cazzo, possibilmente dalla nascita, possibilmente lo infili in una vagina che possibilmente accetti il fatto senza fare troppe storie. 
Io invece voglio che dalla mia diversità nasca un Modello Culturale, cosa che stava accadendo fino a una trentina di anni fa (poi sono arrivati gli Anni Ottanta che adesso Netflix ha deciso che dobbiamo adorare: erano anni di merda che hanno seppellito sotto una montagna di soldi almeno vent’anni di movimenti e processi di liberazione), voglio che le mie battaglie si uniscano a quelle delle donne, degli studenti, dei precari, e non voglio che tutto questo assomigli a qualcosa che già c’era: voglio che da questo caos nasca qualcosa di nuovo, voglio che a sorreggere la Società siano nuovi legami affettivi, voglio crescere un bambino fino ai cinque anni, poi passa ad altro, ci pensa Ciccio che è tanto caro e può insegnarti a suonare il violoncello.
Il Pride è una cosa strana, volgare, orgogliosamente sbagliata, è un boa di struzzo, du’ borchie, uno vestito da prete con un fallo gigante tra le gambe. E’ così che è. 

C’è una canzone di Elio e le Storie Tese che fa così

“vivo come voi, soffro come voi, rido come voi, lo prendo in culo come voi, ma amo più di voi”

E’ evidente che non siamo uguali.

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