Quella cosa che Netflix ha fatto a Black Mirror

L’ultima stagione di Black Mirror, ex capolavoro dell’ex televisione ex britannica, è stata rilasciata a giugno da Netflix ed è una cosa talmente brutta da lasciare solo il desiderio che sia anche l’ultima.
Serie di culto paranoica, cupa ai limiti dell’espressionismo, Black Mirror è stato l’opaco manifesto della presammale negli Anni 10 del XXI Secolo, quelli dominati dalle reti sociali e retroilluminati dal gelido bagliore degli smartphone. Le uniche vere stagioni della serie sono le prime due, trasmesse tra il 2011 e il 2012 dalla britannica Channel 4: sei episodi gocciolanti un pessimismo intransigente e spietato nel descrivere il rapporto tra l’Uomo e il black mirror di uno schermo, come quello televisivo veicolo di propaganda (The National Anthem 1×01, The Waldo Moment 2×03), quello dietro il quale i social archiviano e sintetizzano le nostre identità (Be Right Back 2×01), quello che mette in spettacolo le vite delle persone mentre le controlla (15 Million Merits 1×02, The Entire History of You 1×03 e lo splendido White Bear 2×02).
Ciò che fece di Black Mirror un oggetto di culto nel sottobosco nerd era il livello di profondità cui ogni episodio riusciva a scendere, brandendo lo spunto (si fa per dire) fantascientifico per schiaffeggiare lo spettatore con temi etici altissimi e prendergli a badilate le gengive dell’anima che neanche dopo il più triste dei ripigli da emmeddì.

Mi dicono.

Capitò dunque che dalla televisione nazionale si riflettesse sulla liceità della pena intesa come punizione, seppur nei confronti del peggiore dei reati (White Bear 2×02 e l’episodio borderline White Christmas) o sull’utilizzo del progresso tecnologico per creare civiltà controllate dalle quali ci si salva, paradossalmente, solo attraverso la follia che diventa scandalo (quella in cui scivola gradualmente il protagonista di The Entire History of You 1×03). Anche l’episodio più diretto e dunque più criticato, Vota Waldo! (The Waldo Moment 2×03) punta il dito non tanto sulla propaganda e sulle sue tecniche emotive, ma accusa direttamente gli elettori-pubblico, responsabili per pigrizia intellettuale della svendita della propria libertà e dignità di cittadini in cambio di un pupazzo il cui principale merito è quello di parlare come loro.
Stiamo tutti guardando te, elettore meridionale della Lega.

Poi è arrivato Netflix.
Caduta Libera (Nosedive 3×01) è il biglietto da visita della piattaforma americana, un ottimo esempio di intrattenimento molto ben confezionato, che rovescia lo spirito della serie originale, estetizzandone il contenuto: un prodotto tarocco placcato Black Mirror.
Attraverso questa placcatura Netflix mette in bella mostra ciò che Black Mirror affidava all’intelligenza dello spettatore, non correndo dunque alcun rischio e replicando il format da binge watching che è alla base della filosofia di business della piattaforma americana: lo spettatore va incuriosito, attirato, assecondato anche nelle sue paure e non disorientato o minacciato, come qua e là faceva il Black Mirror britannico.
Due sono gli equivoci in cui Netflix fa letteralmente affogare la serie: che Black Mirror sia semplicemente una riflessione sui pericoli delle nuove tecnologie e che l’importante sia il twist di trama. L’estetizzazione del tema diventa un ostacolo concreto a parlare di una cosa un po’ più complicata della critica alla tecnologia che è appunto l’etica.
Un esempio limpido della dimensione etica del primo Black Mirror è rintracciabile in Torna da Me (Be Right Back 2×01), l’episodio della seconda stagione in cui una donna, dopo la morte del compagno, ne riproduce una copia virtuale basata sui post dell’uomo sui social. Nell’episodio non si parla semplicemente del pericolo culturale rappresentato dai social media, una critica alla tecnologia confortante e alla quale lo spettatore medio è abituato (si veda appunto Caduta Libera), ma dello sviluppo di un’identità sintetica attraverso le reti sociali, composta solo da sentimenti e pensieri positivi e accettabili: impressiona come la protagonista realizzi gradualmente di aver bisogno dei lati oscuri del compagno defunto, del quale la replica è solo una rappresentazione unidirezionale alla lunga incapace di interagire sul serio. Come se questo non fosse sufficiente, nell’episodio si parla anche di lutto in un modo molto serio e dell’impossibilità, nella nostra “civiltà della soluzione” (il farmaco, il ritrovato tecnologico, il trucco, la moda, perfino la psicanalisi), di esistere nella disfunzione e dunque di modificarsi soffrendo. Vicino a questo tema ma in un modo estetizzato e dunque superficiale è San Junipero (3×04): dopo il twist di trama che ci rivela cosa sta accadendo sul serio, il tema etico è la scelta tra una morte naturale e una vita eterna artificiale.
Mh, roba mai sentita.

Certo non si mette in discussione la qualità anche artistica di alcuni episodi: San Junipero e Caduta Libera sono belli, a me è piaciuto molto anche quello del cane-robot che ha fatto incazzare tutti. L’episodio interattivo Bandersnatch cela invece una vuotezza devastante camuffata dall’involucro, estremizzazione questa del tipico prodotto di intrattenimento Netflix: ben studiato, ben realizzato, ben prodotto, anche intelligente ma biodegradabile, fatto per scomparire e lasciare posto ad altro.
Un altro aspetto accuratamente evitato nel Black Mirror di Netflix è quel pessimismo talmente fitto da non far filtrare neanche un filo di luce e che alla fine di quasi tutti gli episodi delle prime due stagioni ti lascia con la sensazione che qualcuno ti abbia scopato male i sentimenti e lasciato 20 euri sul comodino.
Per fare questo ci vuole una deroga al senso del rischio e un coraggio sfacciato che non sembra avere neanche più il Cinema. A noi nerd tristi, del sottotipo Thom Yorke, non resta che affogare nei ricordi aspettando la nuova stagione di Bojack.

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