Il “pornodiscorso” di Conte al Senato

Strappato alla spiaggia dal brutale imporsi della contingenza politica, interrompo le ferie recensorie richiestissime (almeno dal sottoscritto) con una recensione non richiesta brulè, non mediata, poco ragionata e appena appena documentata: diciamo pure summer edition ma è poco più di quel che merita la circostanza.
Il Discorso di Conte al Senato del 20 agosto 2019 verrà ricordato come atto pratico alla base della caduta del Governo Gialloverde e come fulgido esempio di pornopolitica astratta, giacché in quella concreta, quella con i peni e le vagine e le penetrazioni per intenderci, la nostra classe dirigente si è più che ampiamente esibita. Il discorso del Primo Ministro al Senato, quasi interamente rivolto ad una sola persona oltretutto lì presente, ha scatenato i piaceri anali di molti italiani, che adorano veder sottomesse le persone di Potere.
Detto discorso, se analizzato solo nella forma così come si sta facendo in larga misura, può imbarzottire l’impegno politico popolare per alcuni motivi bene identificabili: l’improvviso sgusciar via di Conte dal ruolo di mera rappresentanza in cui era stato rinchiuso dalle due forze politiche che compongono il Governo; la natura degli attacchi contenuti nel suo discorso; la scelta retorica del Premier di rivolgersi direttamente a Salvini dandogli del tu; la presenza di Salvini costretto da una pesantissima liturgia, che praticamente materializzava lo Stato, a incassare in silenzio i colpi del Presidente del Consiglio; la presenza di Luigi Di Maio che per i quaranta minuti di discorso ha faticato a nascondere la faccia che a me ricorda quella che faceva mio fratello quando i nostri genitori mi si inculavano male per una cosa che avevo combinato da solo, senza coinvolgerlo. Quella faccia lì, malamente compiaciuta e non del tutto padrona della situazione.
Se però si analizza il discorso di Conte nei concetti espressi dai suoi attacchi, la musica cambia un bel po’. Conte concentra la parte centrale del suo discorso sulla scelta scellerata di Salvini di porre fine all’esperienza di Governo. Per fare questo elenca alcuni provvedimenti che la squadra da lui presieduta stava per portare in Parlamento ma che, ahinoi, non potranno iniziare il loro iter. Salvini dunque viene accusato di tradimento, accusa comprensibile, addirittura classica quando si parla di crisi di Governo. Il problema arriva quando Conte non si limita a guardare indietro, a rileggere comportamenti di Salvini alla luce della crisi da lui provocata, ma arriva a rivelare cose di cui si era già accorto in passato:

“il Ministro dell’interno e leader della Lega, forte del successo elettorale conseguito, ha posto in essere un’operazione di progressivo distacco dall’azione di Governo, un’operazione che ha finito per distrarlo dai suoi stessi compiti istituzionali e lo ha indotto alla costante ricerca di un pretesto”

Addirittura il discorso trascende l’argomento principale, cioè la crisi di Governo e la violazione del patto da parte di Salvini, e arrivano a pioggia le rivendicazioni:

“[sulla manovra economica] ti ho chiesto di indicarmi i delegati della Lega a sedere ai tavoli governativi, mi hai fatto attendere due mesi invano prima di indicarmi i nominativi”

“in coincidenza dei più importanti Consigli europei a cui ho preso parte […] hai reso pubbliche dichiarazioni sui temi all’ordine del giorno, creando una sorta di controcanto politico”

“in molteplici occasioni hai invaso le competenze degli altri Ministri creando sovrapposizioni e interferenze”

“hai smesso di guardarmi negli occhi quando facciamo l’amore”

C’è un motivo preciso per cui queste rivendicazioni possono essere considerate almeno inopportune, se non ridicole, e risiede nel ruolo di Conte, quello di Presidente del Consiglio dei Ministri, quello che lui non è mai riuscito a ricoprire correttamente, nonostante questa retorica popolare sciatta che lo eleva a ruolo di Princeps illuminato solo perché non si esprime ruttando. Un livello di analisi politica, questo, che potremmo definire “mi nonna”: parla tanto bene, dev’essere per forza bravo. Cazzo siamo nel 2019, abbiamo a disposizione tutta la Conoscenza Umana in un aggeggio che possiamo riporre in tasca, abbiamo fotografato un buco nero, tra un po’ mettiamo piede su Marte, smettiamola di confondere forma con contenuto diobòno.

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Si diceva, il ruolo di Conte: un Primo Ministro non può tenere per sé le rivendicazioni sopra riportate: se presiedi un Consiglio di Ministri hai il dovere di richiamare all’ordine i Ministri quando pisciano fuori dal vaso, figuriamoci se non fanno il proprio lavoro, addirittura non presentandosi al Ministero (un’operazione che ha finito per distrarlo dai suoi stessi compiti istituzionali). Ma Conte non ha mai “fatto” il Primo Ministro, era piuttosto una specie di mini-presidente emerito, una emanazione istituzionale, di pura rappresentanza, che al massimo veniva mandato in giro a parlare con la patata in bocca, come se ogni volta si risvegliasse da un’anestesia totale. Il fascino per quest’uomo inconsistente non solo nel ruolo cui è stato costretto, ma proprio come personalità, come persona, è davvero un mistero, anzi si spiega solo con la confusione tra forma e contenuto di cui si parlava prima: un cane in una porcilaia.
Completamente fuori luogo è poi la passione degli elettori di sinistra per questo discorso, ricorda l’epoca del “compagno Fini” e testimonia, come se ne avessimo ancora bisogno, la terrificante desertificazione di contenuti che è iniziata più o meno quando è nato il Partito Democratico. Sia chiaro, mi sono divertito molto anche io, ma Giuseppe Conte ha appoggiato, approvato e sostenuto senza fiatare il Decreto Sicurezza Bis.

E Mattarella lo ha firmato.

Ecco un brevissimo elenco di occasioni in cui Conte avrebbe non potuto, ma dovuto richiamare Salvini all’ordine:

  • Quando, da Gennaio a Giugno, Salvini aveva saltato tutti i vertici mensili UE indetti per discutere di politica migratoria;
  • Quando, a Maggio, la Repubblica calcolò le presenze di Salvini al Viminale per tutto il 2019, contando solo 17 giornate;
  • Quando si iniziò a parlare di fondi russi alla Lega.

Chiudiamo la recensione non richiesta con un po’ di Storia. Correva l’anno 1994, era dicembre e, dopo appena 7 mesi, veniva soffocato in culla il primo Governo Berlusconi, quello dell’Italia è il Paese che amo, quello nato sulle ceneri della Prima Repubblica.
In un discorso inferocito ma incredibilmente istituzionale, Berlusconi attaccò Bossi senza quasi nominarlo: scelse cioè di parlare di cosa e come, e non di chi. Bossi gli rispose con uno dei suoi discorsi più efficaci, entrando nel merito delle ragioni della crisi da lui stesso innescata, attaccando i fascisti con cui aveva governato malvolentieri (il “compagno Fini” per intenderci), contestando la legge di Bilancio che ignorava il motivo della presenza della Lega in quel Governo, attaccando Berlusconi sulla sua mancanza di volontà nel risolvere il conflitto di interessi. Stiamo parlando di Berlusconi, che in estrema sintesi è il motivo per cui stiamo vivendo l’epoca peggiore della Storia del Dopoguerra e di Bossi, uno che faceva i comizi in canottiera: confrontati con Conte e Salvini, c’è quasi da dar loro degli Statisti.

Che periodo demmerda.

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