Quella volta che ci siamo persi Madre(!) di Aronofsky

mother! Darren Aronofsky 2017

Darren Aronofsky ha firmato almeno due titoli fondamentali per la formazione cinematografica della mia generazione, quella che nel 2000 aveva appena compiuto vent’anni e consumava miliardi di ore di film in formato Divx scaricati, se ti diceva bene, dopo due giorni su WinMx. In quegli anni sbiaditi e pixelati, quando ancora erano diffuse parole come “telefonino”, si faceva a gara per acchiappare i film underground sulla rete P2P e guardarli di notte talmente imbottiti di canne che almeno due titoli su tre, visti oggi, si rivelerebbero delle solenni cagate.

(spiace dirlo ma questa frazione va applicata più o meno a tutto quello che abbiamo detto, pensato, assaggiato, toccato, inserito o fatto fumando marijuana dai 14 ai 24 anni)

Non è il caso dei primi due film di Aronofsky, vale a dire π – Il teorema del delirio (1998) e Requiem for a Dream (2000), due gioielli grotteschi e sfacciati che hanno influenzato enormemente il linguaggio comune e il gusto della gioventù in apertura di Millennio, che brucava in quel sottobosco USA un po’ off, ma poi mica tanto, i cui frutti strani e acidi erano anche Secretary (Steven Shainberg, 2002), Gummo (Harmony Korine, 1997) e ovviamente Donnie Darko (Richard Kelly, 2001).
Si trattava di film selvaggi, diretti, ben confezionati e coraggiosi come l’ultimo, semi-ignorato lavoro di Aronofsky, vale a dire Madre! e mai punto esclamativo fu più azzeccato.

Contestato, incompreso, detestato dalla critica, fischiato a Venezia, Madre! è l’equivalente cinematografico di una caduta accidentale in un tombino aperto per strada, cui segue una passeggiata per le fogne con entrambe le gambe rotte. Incredibilmente, vista l’assoluta e violentissima stranezza dell’opera, è inserito nel catalogo Netflix. Impossibile decifrarne un genere, tanto il regista l’ha imbottito di livelli comunicativi, chiavi di lettura, stili di regia, perfino blocchi narrativi tra i quali il film si ribalta come un grosso pesce preso all’amo.
Esiste una chiave per interpretare quest’opera scioccante ed enigmatica ma, come accade per altri film che vanno più avvertiti che visti, come Mulholland Drive (David Lynch, 2001), lo svelamento del sottotesto non aggiunge molto all’opera, anzi rischia di addomesticarne la portata visiva ed emotiva. Una lettura è stata anche fornita dallo stesso regista, con un’intervista un po’ naif rintracciabile sul web e che possiamo bellamente ignorare: l’opera non è più tua, caro Darren, e io ci vedo quel che ci vedo.

Adesso un po’ di trama, ma senza esagerare: una coppia di sposi cishet, classici come Una Poltrona per due sotto Natale, lei bionda, eterea e servizievole, lui tormentato, amorevole ma autocentrato, trascorrono le proprie giornate in un’enorme casa immersa nella natura, che lei sta ristrutturando pezzo per pezzo. Lui è un poeta famoso in crisi creativa mentre lei, per il momento, è semplicemente bionda ed eterea. D’improvviso entra in casa uno sconosciuto, che subito attira l’attenzione di lui, mentre lei inizia ad essere assalita da un’angoscia di intrusione che Aronofsky rende in maniera biologica, trasportandola sui nostri corpi. A questa invasione seguono altre, salutate da lui in modo sempre più incongruo e inquietante, mentre lei è dominata da un’ansia che il buon Darren si guarda bene dal riservare solo a lei, tormentandoci con riprese a un centrimetro dalla nuca della protagonista, mentre questa gira per casa senza pace e senza farci vedere in anticipo cosa si celi dietro gli angoli.
La prima ora di film va avanti così e il risultato è soffocante, aggravato dall’interpretazione dei protagonisti e soprattutto dei co-protaginisti, Ed Harris e Michelle Pfeifer che riescono nell’impresa di interpretare, più che due persone, due istanze psichiche, due funzioni mentali che prendono a delirare. Si assiste così al risultato di un mestiere, nella scrittura, nel montaggio e nella recitazione, che fanno spavento e collocano questo film, anche solo per questo motivo, a livelli difficilmente raggiungibili: se ne avverte la densità, la gravità.
La seconda ora apre finalmente i piani narrativi e, gradualmente, comincia a svelare alcune allegorie, qua e là in modo anche troppo didascalico.

[SPOILER, MA POCO, PROMESSO]

Madre! diventa così un attacco feroce e assordante al Divino, al suo rapporto con l’Uomo, al suo rapporto con la carne e con la materia di cui è fatta la Natura. Pur essendo presente una critica all’Uomo (artefice e colpevole della religione, della guerra, della violenza), al centro di tutto sta Dio contro il quale viene lanciata forse la più grave tra le bestemmie: viene accusato di Vanità. Vediamo dunque un Dio vanesio, narcisista, mosso solo dal desiderio di essere ammirato e soprattutto amato e, in funzione di questo Desiderio, totalmente incurante delle sofferenze che procura alle sue creature. Sembra quasi di sentire l’eco del Vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago, che infiltrava d’Umano la storia del Nazareno: qui ad avvelenarsi di umori umani è direttamente Dio, e non c’è alcun rispetto nello sguardo. Questa consapevolezza si schiude violenta nel corso dell’ultima mezz’ora e raggiunge il culmine in un paio di sequenze che violeranno forse l’ultimo sfintere della vostra anima, che nessun film era ancora riuscito a raggiungere.
Al di là del significato che si può sovrapporre all’opera, il film vale da solo per la slavina di stati d’animo tra i cui detriti lerci e puntuti lo spettatore viene spintonato, tormentato, lacerato: certamente non siamo nell’ambiente del puro intrattenimento, a meno che non vi piacciano tanto tanto i calci in bocca, ovvio.
Se non lo avete fatto, dovete vedere Madre! immediatamente: vi farà soffrire e non vi darà nulla, anzi ve lo leverà, ve lo strapperà via e lo perderete per sempre e…cazzo: che altro deve fare l’Arte?

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Voto: quattro mamme in botta di anfetamine di Requiem for a Dream / 5. Ma forse tra dieci anni ne aggiungiamo un’altra.

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