Psicodinamica non richiesta della paura

Prologo

Sull’uscio della mia adolescenza ciò che facevo durante l’attività vigile si poteva classificare così: mi innamoravo di qualunque cosa mi guardasse per più di un secondo, ero dedito a una pratica masturbatoria furibonfa e regolare che se mi avessero attaccato una dinamo al cazzo avrei illuminato a giorno una media cittadina come Pescara e leggevo Stephen King.

Sebbene non si possa definire il più grande scrittore del Novecento, Stephen King è dotato di una capacità descrittiva particolarmente spiccata che si presta al suo modo di concepire le storie d’orrore. Ciò che mi colpiva delle vicende che inventava era come la componente horror sbucasse da elementi banali della quotidianità, da bravo nerd solitario King osservava un oggetto e immaginava cosa sarebbe potuto accadere se quell’oggetto fosse stato impossessato o che ne so, il Forno a Microonde del Demonio. A 13 anni avevo divorato buona parte della sua bibliografia fino al 1994, vien da sé che la mia immaginazione fosse letteralmente invasa dai mondi che creava e così anche l’architettura delle mie paure.
Una paura che ricordo bene era legata a un’immagine che King stesso evocava in It, il suo monumentale mattone metafisico, ed era la paura che qualcosa potesse sbucare da sotto il letto, afferrarmi per i piedi e trascinarmi in un incubo di terrore, dolore e impasti di sangue e polvere. A quell’età dormivo nello stesso letto che i miei avevano comprato quando andavo alle elementari: enorme per un bambino di sei anni ma io a 13 anni avevo la forma del progetto di una persona, il busto stretto e queste gambe lunghe che di giorno mi facevano sembrare un grosso ragno con due sole zampe, di notte diventavano l’esca nuda e protesa verso la creatura che abitava in una dimensione parallela il cui portale era posizionato da qualche parte sotto il mio letto, portale che credevo anche di avere individuato in una sbeccatura del battiscopa dalla quale, finché c’era luce, uscivano solo le formiche.
Il fatto che questa paura avesse evidentemente le basi razionali dei libri che leggevo e dei film tratti da quei libri che guardavo non sembrava avere molta importanza per me, così come non aveva importanza la constatazione induttiva di non essere mai stato attaccato da un mostro: quando mi mettevo a letto, quando spegnevo la luce e la mia stanza affogava nel buio, che è l’ambiente proiettivo per eccellenza, beh io sentivo solo i miei piedi che sbucavano dalla cornice di quel letto troppo piccolo per contenermi tutto, e la mia intera attenzione era concentrata su quei pochi centimetri di vulnerabilità che avrebbero potuto essermi fatali da un momento all’altro.
Con il coronavirus siamo più o meno allo stesso punto.

Coronavirus Vs Global Warming

Ormai assurta a vexata quaestio di quest’apertura 2020 che devo dire scoppiettante, la cosa è dibattuta su diversi fronti: ce la spiegano i sociologi, ce la spiegano gli esperti di comunicazione, ce la spiegano i moralisti che continuano a mettere in relazione quasi competitiva le notizie sul coronavirus con l’impressionante escalation di disastri ambientali sui quali finalmente stiamo cominciando a sensibilizzarci. Questo approccio appare del tutto inefficace, dal momento che le due paure sono completamente differenti per meccanismo, origine, impatto e immaginario cui fanno riferimento, e soprattutto perché la narrazione che sorregge la paranoia da coronavirus (con i suoi corollari razzisti e complottisti) è consolidata e preesistente a quella sul riscaldamento globale, che pure sta provando, non senza difficoltà, a spiegare alle persone che non bisogna temere solo le cose che potrebbero ucciderle nell’arco delle prossime 24 ore.
In generale potremmo dire che agitare il “vero” rischio conseguente al riscaldamento globale contro il “falso” rischio del coronavirus fa un po’ il gioco che Lakoff descrive nel suo Non Pensare all’elefante! (2006): ormai il tema della minaccia globale alla propria vita è maneggiato dalle destre che hanno impostato questo frame sulla narrazione delle varie insidie connesse all’immigrazione (virus, terrorismo, mutamenti repentini del proprio stile di vita, criminalità, grossi peni); è dunque davvero difficile collocarsi sullo stesso piano di un ragionamento ormai intossicato, foss’anche per dire il contrario.

La domanda che ci si deve porre è invece per quale motivo le persone, nel tentativo di salvare la pelle da una minaccia più o meno sensata come quella del coronavirus, finiscano per trasformarsi in creature monocellulari in grado di annullare nel giro di poche ore millenni non tanto di organizzazione sociale, ma di mera evoluzione biologica. Per comprendere cosa accada nella testolina delle persone quando devono fronteggiare un microrganismo proveniente da mondi lontani e ostili, un punto di vista finora poco proposto è quello psicodinamico: questa recensione non richiesta si carica dunque di ulteriore spocchia per osservare l’affaire coronavirus in interazione con i nostri meccanismi inconsci.

SPOILER: stavolta, incredibilmente, tua madre non c’entra.
Vabbé un pochino c’entra.

La paura di prendere il coronavirus per lo startuno di un cinese è imparentata più con la paura di morire in un attacco terroristico (rigorosamente di matrice islamica) all’indomani di un attacco effettivamente realizzato che con la paura, più o meno radicata, degli effetti del riscaldamento globale e dei disastri connessi al clima. Una prima ragione di questa differenza è spiegabile con la metafora della rana bollita adottata da Chomsky nel suo Media e Potere (2014): una rana messa in una pentola d’acqua fredda sul fuoco non si accorgerà del pericolo rappresentato dal graduale riscaldamento dell’acqua, e morirà bollita. Allo stesso modo, se provassimo a gettare la rana in acqua già bollente, questa cercherà di fuggire. La metafora spiega in modo grafico per quale motivo i popoli, pure informati della visione a lungo termine di ciò che sta accadendo, accettino passivamente cose come la graduale sospensione di diritti democratici o lo smantellamento del welfare a piccole ma costanti dosi, dimostrando al contrario una sensibilità immediata ai cambiamenti improvvisi come una bomba in metropolitana o la repentina rilettura à la Resident Evil degli effetti di una stretta di mano.
Dunque la narrazione degli ultimi anni sul global warming, che inanella gli effetti visibili dell’impatto dell’uomo sul clima (l’orso bianco affamato sulla sua triste lastra di ghiaccio, la tartaruga con la testa impigliata in quelle cazzo di retine di plastica che tengono insieme le lattine di birra che non s’è capito per quale motivo le producano ancora, fino alle recenti e agghiaccianti immagini della stazione scientifica in Antartide senza la neve), descrive cambiamenti che le persone non notano nel tempo di attenzione che solitamente si dedica alla percezione del rischio. Ne consegue che la paura che il cambiamento climatico può provocare, quando questa paura c’è ovviamente, è dilatata, distesa nel tempo, si tramuta in timore per il futuro ma non in quella paura limpida, tagliente, vivida al punto da mandare il cervello delle persone in pappa: la paura di morire.

Breve missile psicofisiologico sulle emozioni

Psicofisiologicamente, e non vedo perché no a questo punto, la paura è un’emozione primaria. Ciò che noi definiamo emozione è in realtà la sintesi cognitiva che il cervello fa di una serie di avvenimenti fisiologici che sopraggiungono a seguito di un evento esterno o interno: in altre parole, in presenza di uno stimolo preciso, il corpo inizia a fare le sue cosine ben prima che noi ci si possa rendere conto che siamo spaventati.
Questo avviene perché la paura, come tutte le emozioni, ha la funzione fondamentale di farci comportare in un determinato modo che il più delle volte è legato alla sopravvivenza: se la rabbia dà l’abbrivio a comportamenti aggressivi e all’attacco, la gioia serve a farci capire che stiamo procedendo per il verso giusto, la tristezza boh, probabilmente serve a scrivere canzoni fighe, la paura ha la fondamentale funzione di metterci di fronte a un bivio filogenetico, che è quello tra attacco e fuga.
Siccome però abbiamo messo su una marea di corteccia cerebrale le cose non sono così semplici: l’Uomo prova paura non solo in risposta a stimoli esterni ma anche in risposta a stimoli interni, così come in risposta a segnali, a comunicazioni, a parole, immagini, idee e a una serie di altri esempi che dimostrano come tutto sommato l’evoluzione per noi sia stata sostanzialmente una sòla.
Scherzi a parte (non ho visto nessun lemure affrescare la Cappella Sistina) le straordinarie e complesse macchine che noi siamo hanno molti modi per provare paura e la paura è quasi sempre collegata a lei, alla Morte. Se c’è uno scopo nella vita quello è evitare di morire e questa sarebbe una bella frase da scrivere su un muro se nel frattempo non fosse arrivato Freud.
Sigmund Freud, il Padre della Psicanalisi, colui che riuscì a parlare centinaia di volte del pisello dei bambini costringendo tutti a rimanere seri, verso la fine della sua carriera, quando l’Europa usciva dalla Prima Guerra Mondiale, cominciò a domandarsi quale spiegazione la sua neonata disciplina avrebbe potuto dare delle bizzarre reazioni dei reduci di guerra che, anziché evitare i ricordi legati all’orrore che avevano vissuto, li rievocavano continuamente. Fu nel 1920 che introdusse, nel suo fondamentale Al di là del principio di piacere, il concetto di pulsione di morte.

Sì sto andando lunghetto ma ormai ci ho preso gusto. Mo parliamo di coronavirus tranquilli.

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Eros, Thanatos e Coronavirus

Per il vecchio Freud e per la quantità immane di cocaina che ormai albergava nel suo corpo, la pulsione di morte non si esauriva nell’evitamento della morte ma nel suo esatto contrario: Thanatos, al pari di Eros, era una pulsione, il che porta Freud, da un lato medico incuriosito dagli effetti degli orrori della Grande Guerra sulle persone, dall’altro uomo genuinamente spaventato dall’esplosione di tanta violenza, a ipotizzare che l’essere umano fosse mosso da un istinto a distruggere e a distruggersi, e che questo istinto facesse il paio con quello a sopravvivere.
Questa teoria, che di fatto completò la descrizione dell’Uomo freudiano sotto una luce definitivamente pessimistica e perfettamente novecentesca, ci dice alcune cose sulla paura del coronavirius che sta inaugurando questo 2020: un tripudio di individualismo quasi antisociale, l’inno ad un ritiro dalla dimensione collettiva così repentino che c’è gente che si farebbe scudo con la madre pur di pararsi dalla traiettoria di un colpo di tosse. Succede dunque che l’arrivo di uno stimolo minaccioso attribuito a qualcosa che non conosciamo, o meglio verso cui proviamo anche un’ostilità più o meno consapevole, finisca col denudare definitivamente l’Uomo Occidentale e col grattare via la crosta che il vivere in collettività aveva gradualmente innalzato. Per salvarsi dalla morte l’Uomo dunque aggredisce e provoca (simbolicamente) altra morte e non lo fa per evitarla, ma perché ne è intimamente attratto.

Scrive Freud in Al di là del principio di piacere:

“Vista sotto questa luce, l’importanza teorica dell’istinto d’autoconservazione diminuisce notevolmente: si tratta di una funzione parziale, il cui compito è di garantire ad ogni organismo il suo cammino verso la morte

in questo la pulsione di morte, che è un vero e proprio tendere verso una condizione disgregata e inorganica, entra in una dialettica probabilmente irrisolvibile con la pulsione di vita, per cui:

“L’organismo vivente, insomma lotta con tutte le sue forze contro i fattori che potrebbero aiutarlo a conseguire rapidamente lo scopo della sua vita, appunto la morte, con una sorta di cortocircuito.”

Freud ci sta dicendo che mentre lottiamo per restare in vita stiamo in realtà perseguendo il fine ultimo della vita che è morire. La cosa può sembrare la didascalia di una foto su Instagram raffigurante una ragazza col cappello di lana che guarda un tramonto ipersaturo ma possiamo tradurla nell’attuale gestione quotidiana della paura del contagio da Covid19: più è forte la paura di morire, più aggressiva e scomposta sarà la reazione con la quale la gente tenterà di trarsi in salvo, perché sotto sotto quando temiamo di morire, un po’ lo desideriamo.
Il “cortocircuito” tra la voglia di sopravvivere e la voglia di distruggere nell’individuo può essere esteso a livello collettivo, alla società italiana per esempio che si agita e si attiva per sopravvivere al virus, che si stringe e solidarizza con i propri simili ma che contemporaneamente addita, insulta, in alcuni casi aggredisce ciò che viene indicato come untore.
Quando temiamo la morte per mano di qualcuno che è estraneo al nostro ambiente di vita (l’arabo cattivo con le bombe e l’eyeliner, il cinese che diciamocela tutta ci è sempre stato sul culo e adesso si mette pure a starnutirci addosso), sul quale dunque non abbiamo alcun controllo diretto, veniamo spogliati improvvisamente di tutte le sovrastrutture sociali, le auto-etichettature, quel compiacimento che ci fa le pernacchie sul pancino quando ci comportiamo bene con gli altri, e ci mostriamo per quelli che siamo nella semplicità del nostro bisogno di sopravvivere. L’istinto di vita ci allontana dal virus, l’istinto di morte ci rende violenti (dunque ci avvicina) verso ciò che lo sta veicolando: la paura della morte è strettamente legata all’aggressività, alla distruzione, alla morte stessa, perché noi viviamo per evitarla ma percorrendo correttamente questo sentiero finiamo per trovarla.
Diciamola con un esempio: se arrivasse un alieno immortale a osservarci, concluderebbe senza pensarci troppo su che il fine ultimo di tutti i nostri sforzi per sopravvivere è morire.

Che risatone fino ad ora eh?

La differenza tra massa e collettività

Aggredire un gruppo di cinesi per strada non può fermare in alcun modo il propagarsi del coronavirus, anche se dessimo per buona l’ipotesi che qualunque cinese, in qualunque punto del mondo, sia veicolo di Covid19. Accadeva lo stesso con le persone dall’aspetto (o dall’abbigliamento) arabo all’indomani di un attacco terroristico. Non esiste una minaccia osservabile dalla quale possiamo difenderci, quindi l’aggressività che proviamo evidentemente proviene dall’interno (Thanatos, direbbe Freud). In queste condizioni è facile che la collettività torni allo stato di massa, entità senza contorno in cui l’individuo si accoccola e a cui cede responsabilità e gestione delle proprie pulsioni (sempre Freud in Psicologia delle Masse e analisi dell’Io, 1921).
Insultare i cinesi, svuotare i supermercati, indossare mascherine da chirurgo completamente inutili, intasare i pronto soccorso, fuggire da una quarantena predendo il treno e rifugiandosi a 800 km di distanza (sic) sono comportamenti direttamente collegati a Thanatos, che per intenderci hanno più di qualcosa in comune, sul piano psicodinamico, con i comportamenti di chi ammazza qualcuno per strada o dei soldati che si sbrindellano a vicenda sul campo di battaglia anche quando non ne è più individuabile alcuna ragione. Freud postulò Thanatos perché non riusciva a spiegarsi per quale motivo la “sua” creatura, l’essere umano che aveva descritto fino ad allora come il trionfo dell’istinto di Vita, del perseguimento del piacere, sbattesse addosso alla morte come una falena su una lampadina.
Accade così che le orde di individui, spesso anziani va detto, che assaltano le scorte dei supermercati come se dai tombini per le strade avesse preso a fuoriuscire del gas nervino, stanno dimostrando di essere attratti esclusivamente dall’idea di sopravvivere. Questo ha a che fare con l’egoismo fino a un certo punto: è proprio il risultato del ritiro di tutte le sovrastrutture legate al vivere in collettività a seguito del rigonfiarsi dell’istinto di morte, che va a completare quell’istinto di vita che Freud, a un certo punto, vedeva come insufficiente per spiegare le persone.
In queste circostanze si perde anche la percezione di essere collocati in un contesto sociale interdipendente e dunque si perdono di vista anche cose importanti come i numeri, i fatti, le raccomandazioni basate su dati scientifici che prendono a non contare più, specie se pigliano direzioni opposte al proprio sentire. A contare molto sono invece le informazioni che quel sentire lo confortano, e qui entra in gioco la responsabilità degli organi di informazione che sta toccando vette ributtanti:

“Calcio: campionato in quarantena”
Il Messaggero, 24 febbraio 2020

“Coronavirus: a Napoli non c’è Psicosi”
Ansa, 23 febbraio 2020

“Caccia al paziente zero, l’untore che ha diffuso il coronavirus nel Lodigiano e nel Veneto”
Libero Quotidiano, 23 febbraio 2020

Senza contare che, se il 90% del palinsesto di qualunque rete televisiva italiana è dedicato al coronavirus, viene davvero difficile non pensarci.

Conclusioni venate d’un ottimismo inopportuno

Il fatto che questo comportarsi da stronzi in situazioni di emergenza abbia una sua possibile spiegazione psicodinamica non significa che l’essere umano sia obbligato a ricorrervi. L’istinto di morte, così come l’istinto di vita, sono addomesticabili altrimenti tutte le città assomiglierebbero a Milano (satira).
Nel suo Principi di neuroscienze Eric Kandel, neurologo Nobel per i suoi studi sulla neuroplasticità, scrisse che la nevrosi è “il prezzo da pagare” per lo sviluppo della corteccia cerebrale. In altre parole si può scegliere se diventare delle teste di cazzo decerebrate che travolgono gli altri pur di star bene oppure avere gli attacchi di panico, che sotto quest’ottica sono da intendersi come un atto d’amore per la collettività.
Poche cose come questa storia qua e là surreale della diffusione del Covid19 ci sta mettendo alla prova come cittadini che abitano piazze analogiche e digitali. Abbiamo la responsabilità di ciò che facciamo e di come lo comunichiamo anche scherzando, puntando a raggiungere un equilibrio particolare: bisogna cioè prendere la cosa sul serio ma contemporaneamente non sopravvalutarla, due approcci che nei bar, in tv, tra le maglie delle reti sociali, troviamo solitamente polarizzati.
In altre parole, bisogna usare sia prudenza che intelligenza.

Ah: siamo fottuti.

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