Un Giove non richiesto

Interrompete il racconto virale per un minuto e guardate le foto di Giove scattate dalla sonda Juno. Sopra le nostre teste, o sotto, questa cosa non s’è capita come funzioni dove non esista la gravità a incatenare i nostri movimenti, galleggia nello spaziotempo una sfera di gas che potrebbe contenere 300 Terre. Intorno alla curvatura spaziotemporale provocata dalla sua massa smisurata, orbitano decine di satelliti uno dei quali, Europa, è il più vicino tra i candidati extraterrestri a ospitare forme di vita, tra gli oceani intrappolati sotto la sua coltre di ghiaccio perenne. Sulla superficie di Giove sferzano venti fino a 600 km/h che aggrovigliano le nuvole in ammassi spettacolari. Il più famoso è “La grande macchia rossa”, un vortice anticiclonico che dura ormai da 300 anni, ma l’occhio indiscreto e curioso di Juno, che per intenderci è una cosa che l’Uomo ha lanciato una decina di anni fa a 700 milioni di km dalle nostre vite, cattura costantemente altri momenti dell’atmosfera tumultuosa di questo maestoso e indifferente corpo celeste. Alcune immagini sembrano quasi suggerire come Van Gogh forse, in quella che i suoi coevi chiamavano “follia”, vedesse già quello che oggi abbiamo la possibilità di vedere noi, alcuni di noi immeritatamente.
Che poi ci sarebbe da riflettere sulla straordinaria sproporzione esistente tra la vita nell’Universo, che per il momento e per quanto ne sappiamo, esiste solo su questo trascurabilissimo pixel su cui ci ritroviamo ad agitare i piedini, e l’abbacinante ballo di corpi rocciosi, ammassi gassosi, giganti infuocati, nubi di polveri, materia oscura che compone tutto il resto. Il senso dell’esistenza nell’Universo, verrebbe da pensare da una semplice constatazione, potrebbe non essere affatto la vita bensì, per dire, il gas.
Laggiù, squassato dai flutti di quelle correnti grandiose, il coronavirus sarebbe sconfitto in un attimo, perché l’esorbitante pressione di Giove ci schiaccerebbe tutti in pochi secondi e non esisterebbe alcunché da infettare.
Scusate non le so fare le chiuse consolatorie.

 

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