Morte a Facebook, gloria e vita alla Nuova Carne – l’affaire Immuni e i dati online

È molto bello, come sempre del resto, lamentarsi dei rischi per la privacy facendolo però su una piattaforma come Facebook, che è stata tra le prime (la prima?) a fare dell’esposizione (volontaria) delle informazioni personali un business che in breve tempo ha letteralmente creato una nuova economia.
Dopo tutto anche lamentarsi di Facebook su Facebook lascia un po’ il tempo che trova, e genera dritto dritto un postulato scivoloso, che è quello di aver demandato a società private, che mobilitano capitali sconfinati, il compito di supportare con le proprie infrastrutture il diritto di parola e perfino i processi di partecipazione politica, vedi il clamoroso scandalo di Cambridge Analytica che non s’è capito per quale motivo non abbia fatto sprofondare anche Facebook.
Vabbè un po’ s’è capito.
Il tema della tutela dei dati personali è tornato a cavalcare il dibattito in rete a seguito del lancio di Immuni, un’applicazione che in realtà non esiste ancora nella sua versione definitiva, ma questo non è sembrato quasi a nessuno un buon motivo per attendere e tacere.
Posto che in effetti è giusto commentare qualcosa che ancora non c’è, per arrivarci preparati diciamo, o semplicemente perché è così dolce il sapore che ci si squaglia in gola quando giudichiamo cose di cui non sappiamo granché, è possibile che ipercommentare un fatto che non è ancora avvenuto possa portare a saturare prematuramente il dibattito. Il percorso è più o meno così riassumibile: viene diffusa la notizia; reazione emotiva, spesso arrabbiata; ipercommento; razionalizzazione; qualcuno (di solito Mentana o Breaking Italy) trova una formula quantistica per sostenere sia che l’app è giusta, sia che è sbagliata; razionalizzazione alla luce dei nuovi commenti; ed ecco che quando l’app arriva l’argomento è già banale e noi siamo un po’ meno pronti a farci domande circostanziate sul prodotto effettivo, sull’App in sé.

Chissà, magari la notizia è stata diffusa in netto anticipo proprio con questo proposito ehehe eheheh ma no ma ti pare, chi governa è troppo stupido per pensare alle segretissime dinamiche della comunicazione social.

Com’è, come non è, il polverone spaziale sollevato dal diffondersi della notizia di Immuni ha però prodotto un dibattito tutt’altro che banale, nato inizialmente per scherzare sull’apparente contraddittorietà rappresentata dal rifiuto sdegnato di un’applicazione che gestisce dati personali in modo dichiarato, a dispetto di applicazioni che lo fanno massicciamente e in maniera semi-clandestina, e con il nostro benestare per giunta. Il riferimento è ovviamente a Facebook e a Google ma lascia un po’ il tempo che trova, visto che Facebook e Google non dispongono, per esempio, di una forza di polizia o di potere esecutivo, però in generale il ritorno del dibattito sui dati personali ha più di un senso, perché punta di nuovo l’attenzione su un aspetto che “tutti sanno ma che nessuno dice”, vale a dire il progressivo ritiro della sfera privata a beneficio dei colossi dell’economia delle informazioni, vale a dire insomma il modo in cui Zuckerberg si paga la villa subacquea d’oro massiccio semplicemente facendosi i cazzi nostri.

In estrema sintesi, sappiamo di utilizzare un servizio al quale lasciamo informazioni alcune volontariamente, come il nostro sesso, i nostri amici, i nostri studi, la nostra città, altre un po’ meno volontariamente, come quelle che Facebook ricava dalle pagine a cui mettiamo like, che sono classificate per categorie (sport, tempo libero, satira, cinema, sex toys), le quali a loro volta vanno a profilarci in una sorta di “alter ego commerciale”, in modo da consentire alle inserzioni a pagamento di incontrare le nostre preferenze.
Una cosa che sappiamo un po’ meno è come Facebook osserva i nostri comportamenti anche al di fuori del social network, ossia attraverso Facebook Pixel, un codice che i clienti commerciali inseriscono nelle pagine del proprio sito, e che registra i nostri comportamenti attraverso il login a Facebook che rimane comunque attivo anche quando non lo teniamo aperto. Incrociando i dati tra quello che facciamo dentro Facebook e (cosa un po’ più inquietante) fuori da Facebook, forniamo dunque indicazioni su quale tipo di inserzioni mirate potremmo preferire: abbiamo comprato un vibratore a sei velocità con lo stimolatore clitorideo effetto silk? Facebook adesso lo sa e ha già in canna il banner imbarazzantissimo di un anal plug, che ovviamente sbucherà mentre decideremo di condividere lo schermo durante uno Skype con zia Assuntina.
Non stiamo dicendo niente di nuovo, tranne forse a zia Assuntina che ancora sta domandandosi cosa sia quella specie di pomello appuntino, eppure è esattamente il tema al centro della questione Immuni: quali sono esattamente “i nostri dati personali”? Abbiamo davvero la libertà di conservare una dimensione nella quale la sfera digitale non sia già entrata?

In Videodrome (1983), uno dei suoi film più potenti e politici, David Cronenberg rifletteva sul rapporto tra televisione e realtà, concludendo che

La Televisione è la realtà, e la realtà è meno della Televisione

Ciò che accade in un sistema di immagini che hanno un progetto, un veicolo, un piano, in cui tutto è studiato perché avvenga in quel modo, non può essere semplicemente “una riproduzione per immagini della realtà”. Questo principio, se valeva per la TV che oggi ci sembra uno di quei sassi appuntiti con cui i nostri antenati andavano a caccia, figuriamoci se non vale per Internet: scambiare la rete per una semplice riproduzione o “virtualizzazione” della realtà significa non rendersi conto che dentro ormai vi governano forze che non esistono al di fuori di essa, e che anche l’apparente scambio di informazioni spontanee tra individui ha un sistema che li veicola, che li gestisce, che li manipola.
A che scopo tutto questo? Per Cronenberg lo scopo era il controllo (bio)politico, del resto sarebbe venuto su un film pallosissimo se lo scopo fosse stato venderci una birra, o un funerale tutto scontato con cassa da morto in truciolato a 1.200 euro.

Con Facebook (e con Google, che sotto certi aspetti è ancora più intrusivo), siamo un po’ giunti al livello della saturazione di cui sopra: sono tutte cose che sappiamo, ma anche basta, che palle, e comunque queste aziende ci offrono moltissime cose, e lo fanno gratis.
Chissà cosa accadrebbe se anche Immuni ci desse qualcosa in cambio, chessò, un giochino con cui passare il tempo, o un sistema di reward con stimoli gratificanti come cuoricini e pollici in su: se rimani a casa per più di una settimana di fila, ti arriva un piccolo Mattarella pixelato e sorridente. Saremmo disposti a rivedere al ribasso la questione della privacy se la cosa, in qualche modo, ci convenisse personalmente?

Vale a questo punto la pena di rispolverare un vecchio adagio: se il prodotto è gratis, il prodotto sei tu. Scusate un attimo mi è arrivata una notifica…

…ah è l’anal plug.

[Edit 26 aprile 2020: esiste un tema legato a Immuni che va sviscerato al pari del tracciamento e della gestione dei dati, ed è la sicurezza. Utilizzare il bluetooth per scambiare dati in automatico, magari senza la chiave che di solito la tecnologia utilizza per mettere in comunicazione due dispositivi, cosa comporta per la sicurezza del telefono? Uno strumento sul quale facciamo ormai tutto, anche gestire il conto in banca. Se fossi un hacker di quelli stronzi, di quelli insomma che usano le proprie conoscenze per sottrarre denaro anche alle persone comuni, sarei già al lavoro per studiare un sistema per trarre vantaggio da questa potenziale, ghiottisima porta che si apre su una marea di informazioni, e che tra l’altro porterà il bluetooth a utilizzi massicci.

Già lo scorso anno, per dirne una, un team di informatici trovò (e fixò) una falla nella tecnologia bluetooth, che avrebbe potuto consentire a “quelli bravi” di accedere ai dati dello smartphone. Quando avremo finito di pensare al Governo, magari buttiamo un occhio anche ai criminali “civili”, che molto meno romanticamente svuoterebbero il conto alle poste anche di un pensionato con la minima]

4 risposte a "Morte a Facebook, gloria e vita alla Nuova Carne – l’affaire Immuni e i dati online"

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  1. Quanti spunti ci hai messo!
    A me è venuta subito in mente la piramide di Maslow, ma con dei priveè con ingressi a pagamento (ma se la guardi da fuori è gratis).
    Suscitare delle paure e poi dei bisogni e poi regolamentarli, rendendoli accessibili secondo criteri all’apparenza democratici e umani (ma in realtà no) è stata la chiave di governo delle società da dopo la rivoluzione industriale: l’esistenza è un prodotto e si vende.
    Gli anal-plug a breve ci sorvoleranno e spieranno, attaccati a dei droni. E li desidereremo sempre più grandi, per colmare un grande vuoto (o così ci diranno).

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  2. Sono più o meno le considerazioni che ho fatto su twitter appena la polemica si è scatenata, ma non ho avuto modo di fare una discussione pacata. Privacy è una di quelle parole chiave per i flame, di cui non interessa niente a nessuno fino a che non ci si sente minacciati, anche a sproposito. Sono tutti partiti dal presupposto che non si può fare un’app che rispetti la privacy. E questo non è vero. Si può.

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    1. è anche interessante osservare l’intermittenza con cui mediamente le persone difendono la propria privacy: sapere i propri dati manipolati e utilizzati per arricchire multinazionali non colpisce poi tanto, mentre si percepisce come più urgente difendere la propria libertà dal potere politico. Questo può anche avere un senso ma è curioso che il primo tipo di libertà (quella di non vedere le proprie informazioni utilizzate a scopi commerciali) non susciti quasi nessuna reazione

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