Polizia fuori, Polizia dentro

Tutto questo, prima o poi, finirà.

I contagi, i numeri, l’emergenza sanitaria, l’assenza di una cura, il lockdown, la crisi economica (quella macro almeno), la decretazione d’emergenza: per loro natura, tutte queste cose finiranno. 
E quando tutto questo sarà finito,quando la normalità ci verrà addosso come un treno in corsa mentre noi staremo a cogliere margheritine sui binari (esattamente come ci è venuta addosso l’emergenza), dovremo preoccuparci di un ‘dopo’ che in realtà è già allestito. L’ottimismo forzato, gli arcobaleni alle finestre, la retorica motivazionista, dovranno cedere il passo a ragionamenti molto seri sull’oggetto intorno al quale la comunità si dovrà stringere, una volta scomparso quello della lotta al virus”.
Un secolo fa Freud, in Psicologia delle masse e analisi dell’Io, sosteneva che le masse sono tenute insieme dall’Eros: che questo diventi un bene o un male dipende proprio dall’oggetto che attira quell’amore.
Abbiamo trascorso gli ultimi due mesi a discutere di libertà individuali ed è stato utile e giusto ma è il caso di accogliere la Fase 2 ponendoci due domande: cosa sarà di noi, e non a partire da domani ma tra mesi, cosa sarà delle relazioni tra le persone, del modo in cui ci giudicheremo e ci controlleremo a vicenda nelle case, a lavoro, dalle finestre e per le strade, se porteremo le mascherine oppure no, se assumeremo comportamenti conformi oppure no, e cosa sarà degli uomini e delle donne nelle forze di polizia, dopo mesi trascorsi a guardare la tua spesa, a giudicare l’idoneità delle persone con cui ti accompagni, a valutarti perfino dai tuoi capelli. Dietro la coltre parodistica del vigile che pensa che tu sia “troppo poco trasandato” per non essere andato dal barbiere, si nasconde una pratica dell’osservare e del sospettare che non andrà via così, perché un nuovo Decreto avrà stabilito che non dovremo più giustificare il motivo del nostro stare per strada. Molte di queste persone, sia civili che militari, sia cittadinanza che polizia, avranno ormai sviluppato un’abitudine a controllare che non porterà nulla di buono.


La Polizia Fuori

Era nell’aria dai primi momenti: se affidi la gestione di una situazione delicatissima, senza precedenti, che investe le azioni intime e semplici, le strategie di gestione emotiva delle persone comuni, come passeggiare, spostarsi, uscire, prendere aria, se insomma questa cosa la affidi alle stesse persone che un minuto prima “per lavoro” si divertivano a spaventare i ragazzini col decino di fumo in tasca, qualcosa prima o poi andrà storto. 
E infatti le cose sono capitombolate da subito: neanche una settimana dall’entrata in vigore del “primo” DPCM, già circolavano notizie di persone senza fissa dimora multate. L’ottusità rappresentata dall’atto di punire una persona per una sua impossibilità materiale e irrisolvibile è straziante, e la dice lunga sulla tipologia di problema con cui abbiamo a che fare: la discrezionalità delle forze di polizia. Non c’è una disposizione, nei vari decreti, che obblighi le forze dell’ordine a punire una persona senza fissa dimora: quegli uomini e quelle donne hanno consapevolmente e coscientemente deciso di sanzionare una persona senza casa perché “non è in casa”. Potevano benissimo non farlo, ignorare la situazione, nessuno le avrebbe riprese o contestate: invece hanno preferito agire. 
Un’altra inquietante “sbavatura” del sistema è arrivata sempre nei primissimi giorni dall’entrata in vigore del primo DPCM, e sempre ai danni di chi vive sul crinale della vita urbana: le prostitute, anch’esse multate perché “ontologicamente per strada“.
Queste iniziative non solo definiscono un’infamia che, vuoi o non vuoi, va a trasferirsi addirittura sullo Stato, ma disegnano un quadro di abuso che aderisce perfettamente alla decretazione di emergenza: si fa fatica a interpretare questi gesti come semplici “errori” del Modello.
Nel corso dei mesi di marzo e di aprile gli episodi di arbitrio anche violento da parte delle forze dell’ordine si sono sprecati: si va dall’uomo multato perché aveva comprato tre bottiglie di vino, perché non collimanti con il personalissimo concetto di bene necessario di due carabinieri, al rider di Glovo sanzionato con una multa salatissima, all’infermiere che non ha convinto i vigili pur avendo loro fornito anche l’indirizzo della paziente da cui si stava recando, alla multa di 900 euro a un uomo che accompagnava la moglie disabile a fare la spesa, passando per l’ormai “celebre” aggressione alla coppia di Sassari sorpresa davanti casa a gettare la spazzatura, fino a episodi meno noti come quello dei due colpi di taser su una persona inerme.

La situazione “speciale” provocata dallo stato d’eccezione ha poi evidenziato un aspetto grottesco, verrebbe da dire orwelliano, legato alla visibilità della colpa. Da sempre le forze dell’ordine, quando sono impegnate in controlli, si basano sulla “vista” e proprio dalla vista proviene l’arbitrio: non sorprende certo che le persone che hanno più probabilità di incappare in un controllo siano quelle che presentano caratteri visibili che coincidono con semplici pregiudizi “estetici” sociali e perfino politici. L’individuo “visibilmente straniero”, quello con “i rasta”, l’automobile malmessa, sono sempre stati segnali trigger per polizia, carabinieri e vigili urbani.
Il problema è l’allargamento improvviso, e praticamente sconfinato, della visibilità della colpa in tempi di Covid: il semplice stare fuori di casa rappresenta un buon motivo per essere fermati, e il semplice atto del fermare qualcuno sembra attivare in molti “servitori dello stato” lo stesso atteggiamento attivato da un qualsiasi controllo pre-covid vale a dire, molto prosaicamente, l’esercizio della cazzimma.
Affidare a persone assolutamente non formate, non preparate, non umanamente equipaggiate un compito delicato come quello di fermare chiunque, anche chi prima di tutto questo non avrebbe incrociato la polizia se non per chiedere un’informazione, ha di fatto allestito le premesse per gli abusi. E la questione della visibilità della colpa, se da un lato genera storie grottesche che fanno un po’ ridere, come quella dell’uomo fermato perché aveva i capelli troppo in ordine, dall’altro solleva un tema che potrebbe essere dibattuto nei prossimi mesi, che è l’omologazione estetica, insomma la tendenza ad assumere atteggiamenti chiaramente visibili per non essere oggetto di sanzioni, di controlli ma anche di biasimo sociale.
In questi due mesi la cosa è emersa attraverso alcuni temi ricorrenti: andare in giro con il cane è quasi un segnale di immunità, l’atto di correre ha invece attraversato diverse fasi ma ormai è accettato e soprattutto è stato normato da ciascuno dei vari DPCM, certamente più normato dell’apertura delle fabbriche al Nord (colpo di tosse), al punto che a molte persone è venuto in mente di uscire con tratti inequivocabilmente distintivi come tuta, fascetta, maglietta sportiva. Lo stesso tema è spostabile sulla mascherina: se non la si indossa si è contemporaneamente bersaglio della polizia “fuori” e, fatto probabilmente più pericoloso se non se ne tiene conto, della “polizia dentro”.


La Polizia Dentro

Una recensione non richiesta di fine febbraio, quando il tema dominante era “semplicemente” il razzismo ai danni dei cinesi, azzardava il quadro psicodinamico alla base del rapporto tra “molta paura” e “molta stronzaggine”. Quando la paura contro cui si combatte (o si è convinti di combattere) è addirittura quella suprema, quella della morte, si osserva un ritiro delle funzioni sociali conquistate in secoli di Storia e le persone diventano semplici e rabbiose macchine di autoconservazione (e di autodistruzione, direbbe Freud). Se in quella recensione non richiesta e un po’ distopica si scomodava la dialettica freudiana tra Eros e Thanatos, qui si infastidisce un po’ il Super-Io.
Ormai entrata nel linguaggio comune, l’istanza superegoica è il modo trovato da Freud per spiegare il complesso di giudizi morali, regole, concetti valoriali che si attiva quando i nostri bisogni si devono inserire (anche solo idealmente) nei contesti di interazione con altri esseri  umani, da quello piccolo e sordido della famiglia a quello complesso della società. Sempre nella logica psicodinamica, il Super-Io interviene per asciugare la bava dalla bocca dell’Es, che vorrebbe montare il magazziniere bono del supermercato al primo scambio di sguardi, tenendolo fermo per il collo con i denti.

NON – SI – FA.

Il motivo per cui “non-si-fa” promana dalle prime strillate dei tuoi genitori, diceva Freud, ma il Super-Io non è un’istanza immobile, si relaziona con la realtà esterna e vi interagisce dinamicamente. Il concetto è stato manipolato e modificato già dai primi allievi di Freud ma si ritrova in praticamente tutte le teorie psicodinamiche, da quelle diremmo più filosofiche che lo elevano a “coscienza morale”, a quelle che non rinunciano alla concezione pulsionale degli esordi, come la visione lacaniana che praticamente lo identifica come un’istanza censoria.
Questo era per allontanarvi dalla testa l’immagine del magazziniere. Ma anche per sollevare un tema: come sta interagendo il Super-Io con le misure eccezionali prese per contrastare la diffusione del virus? Verrebbe da dire che è forse l’unica parte di noi ad essere in festa, e forse non siamo molto lontani dalla realtà. 
Esistono alcuni elementi che stanno facendo tremare le ginocchia alla parte più controllante di noi, come il richiamo alla responsabilità, la vista di volanti di polizia e carabinieri a ogni angolo di strada, le mascherine, il distanziamento sociale, il lavaggio continuo delle mani, il premier che parla da solo alla Nazione ben centrato nell’inquadratura, allo scopo di “riempirla”. Queste immagini sembrano strutturare una specie di sovra-entità che rende lo Stato più visibile, più tangibile ma in una sua componente parziale, vale a dire quella del controllo e, di conseguenza, della punizione, due cose che mandano il Super-Io in sollucchero. La sovra-entità che si viene a creare rappresenta un insieme di regole e di imposizioni che, per quanto nuove, hanno generato un’adesione al Modello in molti casi esagitata; di conseguenza questa sorta di nuovo Super-Io, o meglio questo plug-in al Super-Io, un poderoso rinforzo autoritario che in molti casi lo ha trasformato in un un organo inconscio dello Stato, ha portato molte persone a difendere il rigido modello anche in modo aggressivo.
Sia chiaro, qui non si contestano le regole in sé, né la scelta del duro lockdown all’italiana, anche perché ormai è un po’ tardi per farlo, si vuole invece osservare quale tipo di società si stia preparando a mettere il musetto fuori di casa a partire da domani, 4 maggio. In altre parole: cosa succederà alle persone che negli ultimi due mesi hanno lavato di continuo le mani, indossato mascherine protettive prima di uscire di casa, portato i guanti per non “contaminarsi”, osservato dalla finestra i comportamenti “sbagliati” degli altri? Queste cose non hanno tutte lo stesso peso e soprattutto alcune sono giuste, altre sbagliate, ma vallo a dire a un’istanza inconscia che ti si è formata in testa quando ancora ti pisciavi a letto.

A chiunque sarà capitato di sperimentare personalmente gli effetti di questo Super-Io statale, a volte perché se ne avverte la spinta internamente, dentro di sé (avete mai avuto l’istinto di cambiare direzione quando incrociate qualcuno sul marciapiede?), altre volte perché se ne è rimasti vittima. L’odio smodato e quasi collettivo verso i runner è uno degli esempi più limpidi, e anche in questo caso non importa se sia giustificato o meno: interessa la dinamica in sé, quella che identifica un nemico comune (quello che a febbraio era “il cinese”) e vi scaglia contro il proprio rigore morale. A ben pensarci il Governo non ha fatto granché per scoraggiare questa caccia all’untore in calzoncini attillati: non una parola del premier, un invito a non diventare tanti piccoli “poliziotti ad honorem” che si puntano il dito l’un l’altro. Piace pensare che il motivo è che fosse indaffarato a salvare il Paese dalla pandemia, però non si può pensare di ingozzare le persone di ipercontrollo reciproco per due mesi e poi sperare che questo non abbia effetto alcuno, che semplicemente chiunque tornerà a comportarsi esattamente come prima. 
Ci sono molti individui che, dai propri balconi ma anche ormai per strada, stanno facendo a gara per chi aderisce con più foga al modello: bisogna prestare attenzione a non trasformarsi in tanti kapò del distanziamento sociale perché è nell’intensità emotiva con cui si aderisce alla regola, giusta o sbagliata che sia, che può celarsi la differenza tra rispondere al proprio sistema di valori e innalzare il ponteggio sotto il quale si costruisce lo Stato d’Eccezione Permanente.
Senza contare che, se hai schiumato rabbia contro i runner e poi hai fatto shopping su Amazon, con lo sciopero di tutto il comparto consegne ancora caldo, beh il sospetto che ti stesse semplicemente rodendo il culo e che del bene comune te ne freghi poco è mooooolto forte.

 

I MOLTI “DOPO” CHE VERRANNO

Per concludere: ci sono tanti “dopo” di cui bisognerà occuparsi. Agli inizi di tutto, quando il treno ci investiva mentre noi coglievamo le margheritine di cui sopra, c’è stato un periodo, circoscritto e molto bello, in cui abbiamo davvero sfiorato quel futuro alternativo che ci hanno sempre raccontato come irrealizzabile, perché “le cose stanno così, imperfette ma non ci sono alternative valide”. Abbiamo immaginato un futuro possibile, ecologico, equo, abbiamo soffiato tra la nebbia dei consumi come status quo, delle corse a prendere la metro, degli aperitivi obbligatori, e abbiamo visto un modello economico e sociale diverso da quello che si era improvvisamente schiantato addosso a questo gigantesco muro di realtà, che ancora abbiamo di fronte. 
Però c’è un “dopo” a cui non abbiamo pensato e a cui non pensiamo quasi mai, forse perché ci sembra banale, forse perché ragionare per cose massime e altissime ci conforta, ed è il “dopo” delle persone con le loro rappresentazioni, con i loro principi di valore, con le loro ferite.
Posto che si riesca sul serio a ripartire con qualcosa che non sia la copia peggiorata di quello che c’era prima, occorre domandarsi cosa mai ce ne faremmo di un Mondo pulito, ecologico, equo, giusto e popolato di stronzi.

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