Le “strane libertà” minacciate dall’estensione dei diritti

Uno degli argomenti principi per contestare la legge contro l’omolesbobitransfobia è che in sostanza la sua applicazione minaccerebbe non altrimenti specificate libertà di pensiero. Si tratta del (si fa per dire) ragionamento d’elezione cui ricorre soprattutto chi non ha molta voglia di abbracciare tesi apertamente omolesbobitransfobiche perché fa brutto o perché vive sotto il dominio di quel tremendissimo “buonsenso“, che neanche adesso che se n’è appropriato Salvini riusciamo a percepire come problematico. Nel nome del “buonsenso” si promulgano leggi contro le minoranze, agitando il “buonsenso” si instaurano regimi securitari, a furia di “buonsenso” rimarrà solo ciò che sta al centro dello spettro umano, dunque sarà impossibile immaginare una comunità che non solo tuteli ma si componga di alterità
Non sorprende dunque constatare come le varie forze reazionarie-sovrano-catto-fascio-lego-meloniche del Belpaese stiano conducendo una battaglia conservatrice che si osserva, più o meno identica, ogni volta che si accennano timidi passi verso una comunità più inclusiva e complessa del bouquet familiare novecentesco uomo-donna-lavoro-cura-figli, che oltretutto fa ormai schifo anche ai diretti interessati, così come non sorprende osservare che in testa all’armata ci sia sempre Lei, la Vecchia Millenaria Santa Madre Chiesa, che non perde occasione per fornire la base culturale e morale alle forze politiche reazionarie che poi pensano a fare il lavoro sporco, mentre il Papa può crogiolarsi a parlare di inclusione e di giustizia sociale come se fosse sul serio impegnato a garantirle. Una delle prime voci levatesi contro l’ipotesi del ddl Zan contro l’omolesbobitransfobia è stata proprio quella dei vescovi della CEI, che a giugno monitavano accigliati: 

un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide

incredibile come non sia sembrato buffo a nessuno che una corporazione di vecchi uomini vestiti tutti uguali, rappresentanti di un’istituzione religiosa dogmatica che fa capo a una monarchia assoluta teocratica quale è il Vaticano, si dichiari poi preoccupata delle derive che comprimerebbero la libertà d’opinione. E questo vale in generale per tutta la schiera di amanti del controllo sociale che ci avvisano degli impatti del ddl Zan sulla libertà d’espressione.
Nello stesso comunicato, la CEI però precisa: 

per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione

quindi il problema dei vescovi è la paura che un domani non possano più dirci in faccia che siamo degli abomini che offendono Dio, o altre cose la cui ripetizione ossessiva per secoli ha reso assolutamente necessaria una legge contro le discriminazioni sulla base di orientamenti sessuali o di identità di genere. Già, perché neanche a me piace l’idea che lo Stato debba legiferare specificamente per me in quanto portatore di una fragilità sociale minoritaria ma, hey: vuoi mettere il gusto di veder piagnucolare un vescovo?  
A questo punto però può essere utile fermarsi un attimo e osservare bene la situazione: possibile che i vescovi, i cattolici, i sovranisti, i conservatori, i fasci abbiano preso questo clamoroso abbaglio? Forse c’è davvero qualcosa a cui dovranno rinunciare non soltanto loro, ma molti e molte connazionali, se la legge contro l’omolesbobitransfobia dovesse passare. 


La proposta di legge, in breve

Il primo passo è comprendere di cosa stiamo parlando. La proposta di legge Zan unifica diversi tentativi di includere l’orientamento sessuale e l’identità di genere tra i motivi di discriminazione, istigazione alla violenza, violenza puniti dalla legge. 
Il testo base, che è approdato in Commissione Giustizia alla Camera è che è stato sommerso da centinaia di emendamenti di Lega e Fratelli d’Italia, che evidentemente amano spendere i nostri soldi così, è composto da nove articoli ma in sostanza interviene per modificare due articoli del Codice Penale e la “Legge Mancino”, quella conosciuta soprattutto per le sanzioni contro la propaganda fascista, gli unicorni che cavalcano felici percorrendo l’arcobaleno e altre cose inventate.  
La proposta di legge Zan interviene aggiungendo la dicitura “oppure fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere” alle motivazioni di “propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa” (qualcuno lo dica alla CEI!) sanzionate dall’articolo 604 bis del Codice Penale. L’altro articolo del Codice Penale interessato (604 ter) riguarda le aggravanti, mentre la proposta di modifica della Legge Mancino estende sempre a sesso, genere, orientamento sessuale e identità di genere le sanzioni previste contro “discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”: sul serio, qualcuno avvisi la CEI che è in vigore da anni una norma liberticida contro chi vuole esprimere legittime opinioni ai danni delle persone di fede. 
Ovviamente non ci vuole molto a capire che tutti gli strali lanciati contro le minacce alla libertà di espressione non trovano alcun riscontro nella realtà della proposta di legge, che agisce su episodi di violenza, istigazione alla violenza, gravi discriminazioni ad esempio sul lavoro, tanto è vero che io per esempio non sono punibile ai sensi dell’attuale legislazione se sostengo che i cattolici contraddicono la Natura Umana votata alla comprensione del mondo, contrapponendovi letture magiche che a questo punto potevamo tenerci gli dei vezzosi e sporcaccioni degli antichi Greci. 
Visto? 
Ma a questo punto, visto quanto è semplice comprendere che non vi sia nessuna minaccia alla libertà di espressione dei preti e dei fasci, qual è esattamente il problema? Per rispondere a questa domanda bisogna dividere la questione in due parti: non è una questione di libertà di espressione per chi conosce il testo di legge (verosimilmente la CEI, Salvini, Meloni, Pillon, Gargamella, Darth Fener e Gemini che è il Cavaliere d’oro più cattivo), può esserlo però per chi non lo conosce e per chi si informa leggendo Il Giornale, per dire. 
Qui ci concentreremo su chi conosce il testo di legge, eppure continua a urlare al bavaglio: qual è esattamente il problema?  

Già: qual è esattamente il problema?

In realtà il problema può davvero essere una contrazione delle attuali possibilità di discriminare, aggredire, minacciare o umiliare le donne e le persone LGBTQIA+, il che parrebbe confermare gli allarmi contro la deriva liberticida che puntualmente popolano le lagne delle destre ogni volta che arriva minaccioso il progresso culturale. Non si spiega altrimenti l’assurdo emendamento della Lega alla proposta di legge, incredibilmente (o credibilmente) appoggiato dal PD, che pretende di escludere dalle discriminazioni sanzionate quelle dettate dalla “libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio e alla violenza”. A quale fondamentale e irrinunciabile espressione del pluralismo delle idee ai danni delle persone LGBTQIA+ avrà pensato chi ha scritto questo emendamento? 
Quella paventata dalle destre e dal Vaticano non è una contrazione di libertà come la possiamo intendere classicamente, ad esempio a seguito di un golpe militare o di un indebolimento della libertà di stampa per la presenza di monopoli editoriali controllati dalla politica, si veda il movimentato periodo berlusconiano in cui per lo meno non ci si annoiava. La motivazione in questo caso è più sottile e si sostanzia in una serissima battaglia identitaria, da entrambe le parti. 
Sul fronte LGBTQIA+ la questione è identitaria per evidenti motivi: rafforzare la presenza di concetti come orientamento sessuale e identità di genere nella legislazione è un passo importante verso un percorso di riconoscimento di un insieme di alterità che lo Stato Borghese tende a ignorare, e che solitamente riconosce soltanto a seguito di battaglie perché non spontaneamente votato a tutelarle. Il persistere di una morale cattolica molto radicata (si legga praticamente imposta anche a livello politico) e la prevalenza di un elettorato moderato, portano a considerare il percorso verso il riconoscimento dei diritti delle minoranze come una serie di concessioni della maggioranza, dunque lente, parziali, graduali. L’Italia, si sa, non è il Paese delle rivoluzioni e ai traguardi si arriva piano piano e spintonando, dunque la presenza di concetti come orientamento sessuale e identità di genere, riconosciuti dalla Legge, supera la dimensione della tutela contro la violenza e le discriminazioni e apre all’ingresso, non più dalla porta di servizio, di migliaia di persone nel tessuto sociale e nel racconto pubblico. La cosa più importante che accadrà a seguito dell’approvazione della legge contro l’omolesbobitransfobia non sarà la sua (ovviamente fondamentale) applicazione nei casi di discriminazione e violenza, ma sarà il graduale processo di trasformazione che ne conseguirà, perché la società inizierà a concepire gli orientamenti sessuali e le identità di genere “non maggioritarie” come un affare collettivo.  
Per lo stesso identico motivo, la questione è incredibilmente identitaria per chi si oppone all’approvazione della legge. La cosa è molto seria per questa gente perché si tratterebbe di una perdita di terreno su uno dei temi più cari alle destre e alla Chiesa, verrebbe da dire un grande classico vintage, ossia conservare la natura marginale delle minoranze, impedirne l’ingresso in società con la propria “anima minoritaria”. Ogni atto di inclusione di minoranze religiose, etniche, identitarie, sessuali, rende più sfumati i confini della parte centrale dello spettro umano, indebolendo l’efficacia dell’esercizio di quel buonsenso di cui si parlava prima. Il danno è certamente di propaganda perché diventano meno nette le differenze da additare, che fanno la fortuna di una Giorgiameloni ma la questione è anche politica, etica, perfino spirituale visto che c’è di mezzo un’istituzione religiosa: se tu esisti, esisto un po’ meno io, sulla base di una visione reazionaria del riconoscimento sociale come privilegio “fino a esaurimento scorte”.

Ma se lo Stato vede e riconosce l’esistenza di persone nelle quali l’identità di genere è altra rispetto a ciò che Esso stesso assegna alla nascita, se vede e riconosce l’attrazione omoerotica non come fatto privato ma come affare pubblico da proteggere, accadrà che anche le persone cisgender ed eterosessuali, prima o poi, cominceranno a non considerare la propria Natura come ovvia, un dato di fatto bidimensionale e immutabile nel Tempo, i cui ruoli sono come atterrati dallo Spazio Profondo. 
Sigmund Freud, quindi non l’uomo più progressista del suo tempo ma certamente uno dei più lucidi, in una nota del 1915 ai suoi “Tre saggi sulla teoria sessuale” (1905) scrisse: 

La ricerca psicoanalitica si oppone con fermezza al tentativo di separare gli omosessuali dagli altri uomini in quanto gruppo di una specie particolare. […] Secondo la psicoanalisi, dunque, anche l’interesse sessuale esclusivo dell’uomo per la donna è un problema che necessita di chiarimento e non un dato ovvio“.

Chissà cosa avrebbe scritto invece di un leghista.  

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