Il Piccolo Principe e la terribile pedagogia dell’accontentarsi

Il Piccolo Principe (Antoine de Saint-Exupéry 1943), favoletta morale reazionaria molto in voga tra i fricchettoni, è un libro scritto male e pensato male il cui successo mondiale è inspiegabile almeno quanto la salita alla Casa Bianca di Trump nel 2017 o la vittoria di Licitra a XFactor del 2017.
Sono successe un sacco di cose inspiegabili nel 2017.

Il Piccolo Principe è un libro che si odia o si ama, e quando lo si odia lo si fa in un modo viscerale, potente, nervoso, quasi omicida, soprattutto a causa dell’insopportabile dolcinismo, del carinismo forzato nella storia e nella struttura narrativa che annienta quei due-tre contenuti morali non deprecabili, lasciando un sapore mellito che può piacere solo a chi in casa colleziona quegli angeli di merda fatti di porcellana.
In pochi hanno davvero letto tutto il libro, che in realtà è un pamphlet che si divora in un paio d’ore, a patto di riuscire a sopportare la lettura di questo aforismario tumido di riempitivi come frasi ripetute, dialoghi insensati e punto-e-a-capo che fanno durare i capitoletti almeno una pagina e mezza. Molte delle persone che apprezzano l’opera ne conoscono solo alcune frasi estratte, con le quali possono accompagnare una foto su Instagram in cui reggono una tazza con le maniche dei maglioni tirate sui palmi o quotare un paio di slide per una presentazione. A tal proposito, Il Piccolo Principe è, insieme ai Peanuts, l’opera letteraria più scippata nelle presentazioni con PowerPoint.
E qui ne terminano i meriti.

Le frasi estratte, quelle che conoscono tutti, sono piuttosto carine in modalità stand alone, purtroppo se ricollocate nel loro contesto, che è la favoletta più sopravvalutata del XX secolo, assumono tutt’altro significato e, a ben pensarci, servono all’autore per trasmettere dei valori orrendi. Ma procediamo con ordine.
Per chi non conoscesse la storia, la liquido rapidamente: un aviatore precipita col suo aereo nel deserto e incontra un ragazzino alieno e molestissimo che lo bombarda di domande. Pretesto per esporre una serie di idee ambigue che qua e là legittimano valori come l’assimilazione del diverso, l’identificazione degli uomini umili nel loro lavoro, l’invito a creare legami di sudditanza, il tutto squassato da un temporale di “io-io-io” che ha di fatto contribuito alla crescita di una generazione di egocentrici, narcisisti, controdipendenti buonisti (quelli veri, non mi riferisco all’epiteto universale col quale chiunque non sia uno stronzo di destra viene etichettato oggi).

La (si fa per dire) qualità del testo

Il Piccolo Principe è, prima di tutto, un libro scritto male, da una penna non dotata che cerca di ricalcare la struttura dei racconti per bambini, fatti di frasi brevi, molti dialoghi e pochi personaggi descritti per volta, con una resa meccanica e innaturale che provoca nel lettore un’associazione pavloviana tra la lettura e il prurito alle mani.
Se si esclude il capitolo iniziale, in cui l’autore cerca di dare più spazio alle descrizioni che ai dialoghi, l’intero libro è un ininterrotto botta e risposta che lo presta molto agli adattamenti teatrali. Dal momento che è molto più difficile descrivere qualcosa che inventare un dialogo che lo verbalizzi, Saint-Exupéry mostra il fianco proprio quando non può appigliarsi agli scambi tra i personaggi, costretto dunque a creare un immaginario nella testa del lettore per via indiretta, senza mettere in bocca frasi a nessuno. Il primo limite di scrittura che si nota è il rapporto dell’autore con la descrizione del tempo: Saint-Exupéry salta rapidamente da una descrizione all’altra creando dei tweet ante litteram. Un esempio su tutti: l’arrivo del piccolo principe in una sequenza artificialissima in cui si descrivono in dieci righe l’incidente dell’aviatore, il suo senso di solitudine, la prima notte nel deserto e la domanda della pecora. Così scrive un quattordicenne, con tutto il rispetto.
Altro limite letterario è il ricorso molto ingenuo a ripetizioni di una stessa frase, che sia una domanda di quel rompiminchia del principe o frasi come “E rimasero in silenzio”. Queste ripetizioni sono utilizzate per sottolineare alcune sequenze ma, se non vengono recitate ad alta voce, quindi solo lette come si legge un libro qualsiasi, hanno il solo effetto di farti incazzare.

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Gli aforismi

Sì, va bene, gli aforismi tratti dal libro sono leziosi e carini. Il problema è il contesto in cui queste frasette sono inserite e, ancora una volta, l’assoluta artificiosità con cui vengono proposte nel racconto. Prendiamo ad esempio l’aforisma più famoso:

«Addio», disse la volpe. «Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi».
«L’essenziale è invisibile agli occhi», ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.

Ovviamente il Piccolo Principe non lo ripete per ricordarselo lui, ma per ricordarlo a te, lettore, perché trattasi di una frase assai bella ed evocativa.
Molte altre frasi a effetto vengono piazzate rozzamente nel racconto, comparendo all’improvviso come se l’autore se le fosse segnate su foglietti a parte e cercasse di infilarle qua e là nella storia. Esempio:

Il piccolo principe sedette su una pietra e alzò gli occhi verso il cielo: «Mi domando», disse, «se le stelle sono illuminate perché ognuno possa un giorno trovare la sua»

Ma stavi parlando col serpente, che cazzo c’entrano le stelle, piccolo stronzo narcisista. Chiedo scusa, è il livore che provoca l’opera.

I messaggi

Il Piccolo Principe non è un libro inerte, tant’è che viene spesso utilizzato in ambito educativo, proprio per la sua natura morale e pedagogica. Il problema è ciò che si cela dietro alcuni concetti.
Proviamo ad analizzarne alcuni, tanto io non ho niente di meglio da fare e, se siete arrivati a leggere fino a qui, neanche voi.
Su uno dei pianeti descritti dal principe vive un tizio che accende e spegne un lampione. Egli descrive una vita terribile, in cui non fa altro che quello, con un ritmo sempre più pressante perché nel frattempo il pianeta ha preso a girare più rapidamente, o più lentamente, cioè chissenefrega che palle. A un certo punto i due si scambiano queste frasi:

«Non capisco», disse il piccolo principe.
«Non c’è nulla da capire», disse l’uomo, «la consegna è la consegna. Buon giorno». E spense il lampione.

Se non arrivasse la conclusione morale sbagliatissima che sta per arrivare, messa in bocca a quel lurido schiavo del Capitale che è il Priccolo Principe, si potrebbe rintracciare un concetto morale molto alto nella frase “non c’è nulla da capire, la consegna è la consegna”, una riflessione sull’alienazione del lavoro e sull’annientamento dell’individuo nel sistema produttivo, il problema è che alla fine del capitolo il principe commenta la vita del lampionaio così:

Tuttavia è il solo che non mi sembri ridicolo. Forse perché si occupa di altro che non di se stesso.

Che tradotto significa: produci, consuma, crepa.
Il capolavoro reazionario poi arriva con la volpe: l’animale informa il principe che non potrà giocare con lui perché non addomesticato. Ovviamente il piccolo petulante domanda alla volpe:

«Che cosa vuol dire “addomesticare”?»

non una, non due, ma tre volte, perché ci deve proprio salire il nazismo per accogliere come si deve il messaggio che sta per giungere. Alla terza domanda ripetuta, la volpe fornisce questa definizione agghiacciante:

«È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire “creare dei legami”…»

E rincara spiegando:

«se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo».

Il problema è che addomesticare non significa affatto creare legami, ma rendere “domestico” qualcuno, cioè assimilarlo, inglobarlo e la relazione di dipendenza che si crea è per sua natura asimmetrica. Ma il principe, che fino a quel momento ha sbomballato chiunque con una raffica di domande, dimentica di chiedere spiegazioni alla volpe in merito, lasciando questo messaggio orribile che disegna i rapporti non in termini solidali, di uguaglianza, di fratellanza ma come rapporti di dipendenza.
Altro esempio in tal senso è il ricco signore che conta le stelle, sostenendo di possederle. Qui il principe si supera, contrapponendo all’ingordigia del Capitale questo messaggio:

«Io […] possiedo un fiore che innaffio tutti i giorni. Possiedo tre vulcani dei quali spazzo il camino tutte le settimane. […] è utile ai miei vulcani, ed è utile al mio fiore che io li possegga. Ma tu non sei utile alle stelle…»

Un messaggio talmente sbagliato che ci si rifiuta di interpretarlo alla lettera, eppure questo tipo di morale è sparpagliato un po’ ovunque nel libro. Sempre alla volpe, il principe dice:

Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò a essere felice.

No, ma che bello, tiriamo su un’altra generazione di zerbini per favore.

29 risposte a "Il Piccolo Principe e la terribile pedagogia dell’accontentarsi"

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  1. il cui successo mondiale è inspiegabile … è proprio questo il tuo problema che si denota dai toni dall’arroganza dalla stizza con cui hai scritto questo articolo. Sii certo che faticherài sempre a capire il valore di un opera artistica se non sei capace di andare oltre le mere parole. Dovrei riportarti gli esempi che hai citato e spiegarteli e cosi spiegarti quanto fingi di vedere ma sei cieco, quanto fingi di capire ma sei sordo verso ciò che non è scritto. Che dirti mi dispiace per te e per i tuoi limiti ma ancor di più per la rabbia e il senso d’impotenza che hai dimostrato ma non tanto per ciò che pensi di aver trasmesso ma per il modo in cui lo hai fatto. Ma anche qui è un saper andare oltre le parole e tu non ne sei capace e mi dispiace per te.

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      1. Sto piangendo arcobaleni. Finalmente qualcuno che condivide il mio odio per quella puttanata inutile, dannosa e malscritta. Davvero, meglio i Baci Perugina, lì c’è del buon cioccolato almeno.

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  2. Perché, se ti offende il buonismo, non cogliere la forza nichilista del testo, per cui il piccolo principe sceglie piuttosto la morte che rischiare, crescendo, l’assimilazione a quelli schiavi-automi, modelli degradati di adulti alienati, incontrati durante il suo viaggio?

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  3. É una visione assolutamente cinica e poco oggettiva di un’opera che sicuramente lei avrà letto senza comprendere a pieno la poetica e senza conoscere l’autore.
    Non apprezzo neanche l’egocentrismo con cui ha espresso la sua opinione, manco stesse scrivendo un nuovo romanzo Baricco.
    La scrittura di Antoine de Saint-Exupérie è delicata, sottile e non accessibile a tutti.
    Non é stato preso in considerazione neanche il contesto storico, o meglio, il periodo in cui l’opera è stata scritta. Le assicuro che per essere un’opera pubblicata nel 1943, “Il Piccolo Principe” è molto attuale, esprime un problema che oggi più che mai è presente nella nostra società: l’orribile realtà degli adulti e la loro superficialità.
    Le consiglio di approfondire e studiare di più.
    Un consiglio da una persona che ha letto questo libro in tre lingue diverse e continua a considerarlo un capolavoro, nonostante sia diventata adulta.
    Se è troppo difficile, le consiglio di fare recensioni sui romanzi di Moccia la prossima volta.

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    1. Non mi sembra un consiglio il suo ma solo uno sfoggio non richiesto di (supposta e autodichiarata) superiorità. Che è più o meno la linea editoriale di questo blog quindi come non approvare. Ottimo l’uso passivo-aggressivo del “lei”. Non capisco solo la richiesta di attenzione al periodo in cui è stata scritta l’opera: cosa significa? Negli anni 40, anni peraltro molto vicini ai nostri in termini culturali, scrivevano autori immortali per i quali nessuno si sognerebbe mai di invocare la contestualizzazione storica.
      P.s.: Moccia lo dici a n’amico tuo

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  4. Assolutamente! Il mio è proprio un consiglio. Quasi un atto caritatevole!
    I libri vanno studiati, analizzati e non semplicemente letti.
    Stiamo parlando di una favola che esprime il lato più dolce dell’amore, del prendersi cura del prossimo, concetto che si incarna nella volpe e nella rosa.
    Se lei parla di “generazione di zerbini” vuol dire che non ha conosciuto l’amore puro e gentile.
    È un modo poco furbo di attirare l’attenzione facendo la voce fuori dal coro che, però, stona peggio di una campana.
    Ci vogliono conoscenze e basi maggiori per scrivere una recensione che sostenga delle tesi contrarie.
    Ripeto, non è una lettura accessibile a tutti.

    P.s : utilizzo il “lei” perché non la conosco e preferisco esprimermi con linguaggio formale, cosa che non ha utilizzato lei in una recensione.
    Ovviamente, de gustibus non disputandum est, a patto che non si sparino castronerie apocalittiche.

    Moccia è decisamente un autore più adatto.

    Buona lettura e buona giornata.

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  5. Ha parlato uno che di “elementare” non conosce manco la grammatica, il che – casomai ve ne fosse stato bisogno – la dice lunga su tutto il resto.
    Ma perché sparare sulla Croce Rossa?
    Bacioni!!

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