Un Governo non richiesto

Chissà cosa sta girando nella testa di Matteo Renzi in questi giorni. Sgusciare via dall’ininfluenza e provocare una crisi di Governo non è roba da poco, assistere alla nascita del proprio sogno proibito, ossia queste intese talmente larghe che quasi si lacerano, si mischiano, si ammucchiano in un clamoroso bukkake interracial di partiti che ha precedenti solo nell’immediato dopoguerra, è un vero e proprio trionfo umidiccio per chi vive alimentato dal fuoco democristiano.
C’è da domandarsi come sia possibile che Renzi sia ancora dov’è, e non solo per l’ultima impresa ma per l’annuncio del ritiro dalla scena politica dopo la sconfitta referendaria nel 2016 o perché gravemente recidivo, visto che nel 2014 aveva fatto cadere un altro Governo, quello guidato da Letta; ci si potrebbe pure chiedere per quale ragione nel nuovo Governo sia ancora presente una ministra del partito che ha scatenato la crisi, o più in generale perché non andava bene stare in una maggioranza con PD, Leu e 5 Stelle e invece va benissimo stare in una maggioranza con Pd, Leu, 5 Stelle, Lega, Forza Italia e poi boh, restano fuori solo Giorgiameloni e Skeletor di He-Man.

C’è poco da ragionare sulla direzione che prenderà questo Governo, dal momento che sarà indaffarato a pianificare la spesa di una montagna di soldi mai vista prima sotto la guida del banchiere più madornale che si potesse scegliere e sotto lo sguardo vigile di un’opposizione composta da Fratelli d’Italia e da una cosa che si chiama Italexit, sulla cui pagina Facebook si legge:

“Prima dell’uscita, prima della lotta all’UE dobbiamo combattere una lobby oligarchica che spadroneggia e ha di fatto sospeso la democrazia da 40 anni. è tempo di patrioti”

…è una di quelle frasi che ti fanno indietreggiare fischiettando, guardandoti intorno con imbarazzo.

E mentre la nebbia che si è avvoltolata sul Paese nelle ultime due settimane si sta gradualmente diradando, svelando uno scenario che a questo punto era meglio la nebbia, dedichiamoci a vedere chi sono e cosa hanno fatto i 15 Ministri e le 8 Ministre del Governo Draghi, più il Premier. Così, per passare il tempo mentre sprofondiamo nella distopia liberista che ci attende.

Il Premier: Mario Draghi
In questi giorni Draghi è stato oggetto di un delirio agiografico da parte della stampa che ne ha rafforzato l’immagine di Uomo della Provvidenza. La sua biografia è stata sciorinata mettendone in evidenza le straordinarie doti e il curriculum di tutto rispetto, che è così riassumibile: nasce nel 1947, figlio di un umile banchiere (prima alla Banca d’Italia, poi all’IRI e poi alla BNL), negli Anni 80 è consigliere del Ministro del Tesoro del primo Governo Craxi poi, siccome sembrava poco, diventa Direttore Esecutivo della Banca Mondiale. Tra i 90 e i 2000 è Direttore Generale del Ministero del Tesoro, figura non politica che gli consente di rimanere saldo dov’è per dieci anni, attraversando i Governi Andreotti VII, Amato, Ciampi, Berlusconi I, Dini, Prodi I, D’Alema I e D’Alema II, Amato II e Berlusconi II. In quegli anni ha guidato il processo di privatizzazione delle più importanti partecipate del Paese tra cui SME, IRI, ENI, ENEL. Celeberrimo un suo discorso a bordo del Panfilo Britannia della Regina Elisabetta nel 1992, che scatenò forti polemiche nell’opinione pubblica, visto che quasi sembrava che volesse rassicurare la finanza internazionale sulla stagione di privatizzazioni che avrebbe preso l’abbrivio di lì a poco.
Può risultare interessante citare alcuni estratti di questo discorso:

“un’ampia privatizzazione è una grande – direi straordinaria – decisione politica, che scuote le fondamenta dell’ordine socio-economico, riscrive confini tra pubblico e privato […], induce un ampio processo di deregolamentazione, indebolisce un sistema economico in cui i sussidi alle famiglie e alle imprese hanno ancora un ruolo importante

[grassetto atterrito mio]. E poi:

In alcuni casi, per trarre beneficio dai vantaggi di un aumento della concorrenza derivante dalla privatizzazione, potrebbe essere necessaria un’ampia deregolamentazione”

Subito dismessi i panni di Direttore del Tesoro, entrerà in Goldman Sachs (2002), dirigerà la Banca D’Italia (2005), poi la BCE (2011), realizzerà vari miracoli come la brillante gestione della Crisi del debito sovrano europeo nel 2012 (whatever it takes) e la nascita di un Governo PD-M5s-Lega-Forza Italia nel 2021 (yeah fuck whatever).
Scordiamoci il socialismo.

Ministro dei Rapporti con il Parlamento – Federico D’Incà – Movimento 5 Stelle
Pentastellato della prima ora, parlamentare dal 2013, ex Ministro dei Rapporti con il Parlamento del Governo Conte II, è stato riconfermato allo stesso incarico.

Ministro per l’Innovazione tecnologica e la Transizione digitale – Vittorio Colao – Tecnico
Manager d’azienda, bocconiano, ha conosciuto i ruvidi piaceri del lavoro in banca (Morgan Stanley) e ha diretto la Vodafone fin dai tempi in cui si chiamava Omnitel. Non è stato catapultato nel Governo Draghi con troppa violenza, visto che ha guidato la famosa “task force” di esperti chiamati da Conte in aprile per rilanciare l’Italia in vista della Fase 2, incarico lasciato a giugno a seguito, si disse, di forti divergenze con Conte. Adesso è Ministro del Governo che lo ha rimpiazzato ma guarda tu che colpaccio.

Ministro per la Pubblica Amministrazione – Renato Brunetta – Forza Italia
La nomina di Brunetta è talmente impopolare da apparire quasi coerente con la formazione di un Governo nato dall’azione politica di Matteo Renzi. Per non farci mancare niente, Brunetta ricopre esattamente l’incarico che ricoprì durante il Governo Berlusconi IV, quello che lo rese popolare. La sua riforma della Pubblica Amministrazione del 2008/2009 svelava un atteggiamento punitivo e ossessivo verso un’intera categoria, quella dei dipendenti pubblici, che lui contribuì a stigmatizzare (i fannulloni) a prescindere dalle effettive responsabilità individuali: una riforma populista. Tra i provvedimenti, il famigerato Sistema di valutazione dei dipendenti pubblici, basato su una visione del merito che era tutta berlusconiana, che prevedeva la suddivisione del personale in tre fasce: quella alta, che il Decreto stabiliva come arbitrariamente composta dal 25% dei dipendenti, quella media, che avrebbe raccolto il 50% e quella bassa, composta dal restante 25%. Le fasce di merito avrebbero determinato una serie di “trattamenti accessori”, vale a dire retribuzioni premiali per chi avesse accumulato meno assenze, malattie e in generale fosse stato valutato dall’Ente di appartenenza (si legga dai dirigenti) come più meritevole. I “cattivi”, a parte non ricevere il premio, avrebbero rischiato una decurtazione del compenso. Manco a dirlo, all’epoca si scatenò una bufera in tutto il settore pubblico visti gli altissimi livelli di arbitrarietà contenuti nel Decreto. Brunetta è inoltre celebre per il carattere fumantino e per l’ego smisurato che lo rende totalmente incapace di comprendere i propri limiti.
Ci sarà molto da ridere.

Ministra per gli Affari Regionali e Autonomie – Mariastella Gelmini – Forza Italia
L’odore di 2008, che sta invadendo tutte le stanze del Palazzo, promana in (buona) parte da lei, la Ministra dell’Istruzione per eccellenza, Mariastella Gelmini. Berlusconiana di ferro, incarna alla perfezione quell’idea di liberalismo stantìa, vecchia perfino a destra e basata sulla produttività, sul merito, sulla misurazione paternalistica delle performance a partire dalla Pubblica Amministrazione. Si tratta di una delle artefici del processo di ritiro del settore pubblico dallo Stato, massacrato dai trattamenti aziendalistici e liberali, decurtato e tagliuzzato sia a destra che a sinistra ma il suo partito, quella Forza Italia che oggi fa quasi sorridere, è responsabile della legittimazione culturale e politica dell’intera operazione. Da Ministra dell’Istruzione si è attirata addosso uno dei merdoni più clamorosi della Storia repubblicana, in quanto esecutrice testamentaria di quello che rimaneva del sistema scolastico, su mandato del Ministro dell’Economia che in quegli anni era Giulio Tremonti, mio Dio, quasi mi scappa una lacrimuccia: troppi ricordi.
In nome della razionalizzazione del sistema scolastico Gelmini ha programmato decine di migliaia di esuberi nel personale docente e altrettante per il personale ATA, togliendo alla scuola più di 10 miliardi in 4 anni. Di fronte all’agitazione dei sindacati rispose che “la scuola è un’agenzia educativa, non un’istituzione per moltiplicare posti di lavoro”.
Apriti cielo. Sul piano dialettico, la neoministra agli Affari Regionali appare completamente incapace di dire la cosa giusta al momento giusto. Anche qui si riderà moltissimo.

Ministra per il Sud e la Coesione Territoriale – Mara Carfagna – Forza Italia
Forza Italia porta a casa 3 Ministeri senza praticamente aver fatto un cazzo negli ultimi 10 anni e per il terzo Ministero non ha voluto deluderci, reclutando Mara Carfagna, maturità scientifica, diploma di ballo, laurea in Giurisprudenza con lode, una breve carriera in TV, copertine di giornali, Ministra per le Pari Opportunità al fianco di Gelmini e Brunetta (evidentemente Berlusconi è bloccato con la testa nel suo quarto e ultimo mandato chissà come mai). Tra i suoi meriti, la prima introduzione del reato di stalking in Italia, tra i suoi demeriti non aver aperto bocca mai neanche per sbaglio di fronte allo sfregio reiterato e continuativo che il suo capo di partito ha procurato alla dignità delle donne, negli anni in cui lei era in politica anche a livelli molto alti. Non so se è sufficiente per rivedere al ribasso la sua carriera ma forse sì, lo è.

Ministra per le Politiche Giovanili – Fabiana Dadone – Movimento 5 Stelle
La pentastellata Fabiana Dadone ha cambiato semplicemente poltrona: era Ministra della Pubblica Amministrazione nel Conte II ma evidentemente urgeva proprio tanto dare quel Ministero a Brunetta. A parte occuparsi da ministra, giocoforza, dello smart working per la Pubblica Amministrazione, non ha fatto molto clamore. Vediamola alle prese con una cosa facile come la disoccupazione giovanile.

Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia – Elena Bonetti – Italia Viva
Sì, è sempre lei: la stessa Bonetti che un mesetto fa affiancava Renzi e Bellanova nell’annunciare la crisi del Governo precedente. Le sue, di opportunità, sono indubbiamente pari.

Ministra per la Disabilità – Erika Stefani – Lega Salvini Premier
La Disabilità alla Lega. La Disabilità alla Lega. La Disabilità alla Lega. La Disabilità alla Lega. La Disabilità alla Lega. La Disabilità alla Lega. La Disabilità alla Lega. La Disabilità alla Lega. La Disabilità alla Lega. La Disabilità alla Lega.
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Ministro per il Coordinamento delle Iniziative nel Settore del Turismo – Massimo Garavaglia – Lega Salvini Premier
Non è un caso che la Lega si sia accaparrata due Ministeri come la Disabilità e il Turismo, temi sui quali Salvini si è molto speso nel corso di questo ultimo anno. Se per la Disabilità c’è da attendersi che l’approccio leghista possa non essere esattamente intersezionale, sul Turismo bisogna porre molta attenzione, visto che potrebbe trattarsi di un Ministero strategico nelle fasi di ripresa post pandemia. Garavaglia vanta una carriera da sindaco leghista, deputato leghista, sottosegretario all’economia leghista sotto il primo Conte, assessore al bilancio leghista alla Regione Lombardia. Per dare una misura del friccicore che ci regalerà il dibattito interno a questo Governo, Garavaglia si è già scagliato contro Speranza in merito alla sua decisione di chiudere gli impianti sciistici.

Ministro per gli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale – Luigi Di Maio – Movimento 5 Stelle
Di Maio, classe 1986, ha bruciato molte tappe negli ultimi sette anni: deputato nel 2013, capo politico del Movimento nel 2017, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali nel Conte I e Ministro degli Esteri nel Conte II. Bersagliato per alcune sue ingenuità legate all’inesperienza, che forse avrebbe richiesto qualche anno di gavetta in più prima di farlo arrivare a ruoli di responsabilità così importanti, Di Maio ha accompagnato il suo partito verso un rapidissimo spegnimento, con il suo approccio tiepido e poco aggressivo, eppure è ancora qui tra noi. Quello stesso approccio ha guidato il suo precedente Ministero, improntato su un dialogo un po’ con chiunque per non scontentare nessuno: il Di Maio Ministro degli Esteri è dunque amico della Russia e della Cina, ma anche della Romania e dell’Albania, ma anche degli Stati Uniti. Allo stesso modo, con la stessa fiacca intensità. Un po’ inelegante la sua scelta di accogliere in pompa magna il ritorno di Silvia Romano in Italia, lo scorso maggio, esponendola alle telecamere in un momento molto delicato e rubandole anche la scena ma, a ben vedere, la passerella rientra alla perfezione nella sua concezione ecumenica e un po’ di facciata della politica estera.

Ministra dell’Interno – Luciana Lamorgese – indipendente
Succedere a Matteo Salvini agli Interni è una gran bella cosa per ottenere popolarità, e infatti Lamorgese non si è fatta sfuggire l’occasione di mettere mano agli infami Decreti Sicurezza, reintroducendo la protezione umanitaria, che di fatto restituisce a quelle persone fragili che non rientravano nello status di rifugiato la possibilità di accedere ai circuiti di accoglienza, riducendo le multe per le ONG che si occupano di soccorso in mare, introducendo il principio di non respingimento sancito dalla Convenzione di Ginevra e bellamente ignorato da Minniti e Salvini. Iniziativa lodevole anche se insufficiente, però appunto: non dimentichiamoci che prima di lei c’era Matteo Salvini. Lo scorso novembre ha promosso a vicequestore Pietro Troiani e Salvatore Gava, due ex poliziotti condannati 3 anni e 8 mesi per aver introdotto delle molotov nella scuola Diaz il primo e per averne simulato la rinvenuta il secondo, durante i fatti di Genova nel 2001.
Un po’ di confusione, ecco.

Ministra della Giustizia – Marta Cartabia – tecnica
La neoministra della Giustizia è una Docente di Diritto, ricercatrice, Giudice costituzionale, cattolica, ciellina, antiabortista, contraria alle unioni omosessuali.

Ministro della Difesa – Lorenzo Guerini – PD
Anche in questo caso c’è poca discontinuità: Guerini è alla Difesa dal Conte II. Durante lo scorso Governo ha messo a disposizione gli apparati militari per supportare il sistema sanitario nella lotta alla pandemia, e fin qui niente di strano. Sotto il suo mandato la spesa militare italiana raggiunge i 22,9 miliardi di euro, pari all’1,38% del Pil Nazionale, con un incremento di un miliardo e mezzo rispetto all’anno precedente: non credo che siano tutti soldi destinati al contenimento della pandemia.

Ministro dell’Economia e delle Finanze – Daniele Franco – tecnico
Franco è stato nominato Direttore Generale della Banca d’Italia appena un anno fa, carica che ha dovuto lasciare per ricoprire quella di Ministro dell’Economia. Il neoministro è considerato molto vicino a Draghi, uno dei “suoi uomini”: sarà lui a maneggiare i miliardi europei. Ne sentiremo molto parlare.

Ministro dello Sviluppo Economico – Giancarlo Giorgetti – Lega Salvini Premier
Giorgetti è stato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio durante il Conte I ed è il responsabile delle relazioni internazionali della Lega. Vi lascio il tempo necessario per digerire il concetto di “relazioni internazionali della Lega”.
Come leghista è piuttosto moderato, appartiene a una corrente potremmo dire liberale del partito, tant’è che ha subito aperto alla presidenza Biden dopo la sconfitta di Trump e si è espresso a favore di un dialogo con la Germania di Angela Merkel. I leghisti si dividono sostanzialmente in due categorie: quelli che ruttano e quelli che non ruttano: Giorgetti non rutta. Non ancora almeno.

Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali – Stefano Patuanelli – Movimento 5 Stelle
Patuanelli era Ministro dello Sviluppo Economico nel Governo appena caduto e contribuisce, insieme a molti altri, ad alimentare l’idea che tutto sommato quello a cui abbiamo assistito sia stato un rimpasto un po’ più agitato del solito. Patuanelli, nel suo partito, è considerato “quello bravo”, ma il suo partito è il Movimento 5 Stelle.

Ministro dell’Ambiente – Roberto Cingolani – tecnico
Il nuovo Ministro dell’Ambiente è un fisico, ricercatore stimato, Direttore Scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Sarà lui a occuparsi della transizione ecologica, uno degli elementi cardine su cui si dovrà basare il piano di spesa dei fondi europei. Ha partecipato, come esperto, a diverse edizioni della Leopolda, ad alcuni incontri promossi da Enrico Letta e pure a un meeting di Comunione e Liberazione: idee chiare. Pare che piaccia a Grillo.

Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti – Enrico Giovannini – tecnico
Statistico, economista, già Ministro del Lavoro nel Governo Letta, ex Presidente dell’Istat, è nel consiglio direttivo di Save the Children e pure nell’Advisory Board di Unicredit, si occupa di sviluppo sostenibile, piace a tuttə, perché a noi non dovrebbe piacere?

Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali – Andrea Orlando – PD
Orlando è stato Ministro della Giustizia sotto il Governo Renzi e Ministro dell’Ambiente sotto Letta; quando era all’Ambiente concesse l’AIA, l’autorizzazione integrata ambientale, a una centrale a carbone e metano.

Ministro dell’Istruzione – Patrizio Bianchi – tecnico
Economista e professore universitario, ex rettore, ha guidato la task force voluta da Lucia Azzolina per coordinare la riapertura delle scuole nell’attuale anno scolastico redigendo un piano che, dichiarerà più tardi, non è stato seguito dalla Ministra. Ah.
Ah.

Ministra dell’Università e della Ricerca – Maria Cristina Messa – tecnica
Medica, docente universitaria, rettrice, è una di quelle che ha sfondato sul serio il soffitto di cristallo. Staremo a vedere.

Ministro della Cultura – Dario Franceschini – PD
Franceschini si è prodigato così tanto per paralizzare la Cultura in Italia durante la crisi sanitaria che, vojo dì, non lo confermi allo stesso incarico?

Ministro della Salute – Roberto Speranza – Leu
Parliamoci chiaro: fare il Ministro della Salute nel corso della più grave crisi sanitaria degli ultimi cent’anni non è bello, avrei voglia di lasciarlo un po’ stare. Da marzo 2020 Speranza ha dovuto fare da volto a una serie di decisioni spesso non sue, gli si può contestare il fatto di essersi appiattito sulle valutazioni del Comitato tecnico-scientifico senza cercare di interpretarle politicamente, ma si tratta della stessa colpa di Conte e in generale dell’intero Governo. Per il resto i ritardi nelle decisioni, lo stato di emergenza perenne, le aperture e le chiusure a fisarmonica non sono davvero valutabili in senso assoluto, come se non ci fosse stata una pandemia di mezzo. D’altro canto in tempi non di crisi, Speranza molto probabilmente sarebbe passato piuttosto inosservato.

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