Squid Game e le somiglianze non richieste

Vorrei dedicare un minuto a un esemplare piuttosto peculiare dell’allegorico bestiario dei social, vale a dire chi ha trascorso l’ultimo mese a ricordare a chiunque esprimesse un’opinione su Squid Game che il soggetto non è originale e allora giù a sciorinare Battle Royale (il film del 2000, la serie di videogame, il romanzo per i più raffinatini), The Cube (1997), As The God Will (2011) anche se il soggetto della serie coreana è del 2008, una volta ho letto addirittura il commento “pensa quando scopriranno Old Boy“, perché probabilmente se un coreano se pista male de botte con un altro coreano, poi nessuno può rifarlo tipo mai più altrimenti arriverà il profilo Facebook “Shuya Nanahara” ad accusarlo di plagio.
Questo sottotipo di utente social è pesantemente imparentato con il mondo nerd, verso il quale nutro il massimo rispetto, ma se ne distacca per l’esercizio di una sciatta esibizione di saperi e dunque di quella sterile spocchia del cazzo di cui si serve per seppellire l’amara consapevolezza di avere il peso morale e sociale di un due di coppe quando regna bastoni, perché non ha alcun senso continuare a indicare le attiguità di soggetto di un prodotto Netflix quando in generale, nell’arte anche più alta, queste cose accadono di continuo. Cito due titoli emblematici degli anni 90 per originalità ed effetto novità: Matrix (1999) e The Truman Show (1998). Il primo ha parentele con mezza fantascienza prodotta tra gli anni ’50 e i ’90, con Ghost in the Shell (1991) per ammissione delle stesse registe, con Nirvana (1997) di Gabriele Salvatores e con un fumetto di Disegni e Caviglia intitolato “Razzi Amari” (1992) il cui soggetto è talmente simile che i due autori tentarono di fare causa alla produzione, ovviamente rinunciandovi perché la cosa sarebbe costata molto cara. Senza contare un gioiello poco conosciuto come eXistenZ di Cronenberg (1999) che è coevo a Matrix e non si sa bene chi abbia ispirato chi.
The Truman Show fu anticipato trent’anni prima da The Secret Cinema (1966), un mediometraggio indipendente che racconta la vita di una donna che scopre di essere filmata costantemente dai suoi amici.
La risposta più ovvia a chi addita queste somiglianze è: embè?


Squid Game merita buona parte del successo che lo ha travolto: la storia sta in piedi, i personaggi sono tipizzati ma è dedicato loro sufficiente tempo (anche di macchina) per favorire un’immedesimazione, c’è un sottotesto politico che rimane sullo sfondo, è iconografico e dunque memabile (le tute rosse, le giacche verdi, le scale, la bambola del primo episodio), tra un episodio e l’altro si ricorre a dosi massicce di cliffhanger cioè cos’altro vi aspettate da un prodotto Netflix?
Poi c’è almeno un episodio che vale tutta la serie, che ti scopa male i sentimenti e ti lascia il soldi del taxi sul comodino, io ho pianto come un regazzino e se avete finito la prima stagione sapete di cosa parlo. Poi, dopo quell’episodio, la storia si sfilaccia un po’ però oh regà: è Netflix mica Buñuel.


Parliamo di un buon prodotto commerciale (basti pensare all’impennata di vendite registrate dalla Vans dopo le generose inquadrature in favor di marchio presenti nella serie, o all’annuncio dell’uscita di un videogame ispirato) e questo genere di critica è davvero una clamorosa rottura di cazzo “e nulla, nulla più!”.


Questa l’ho copiata a Edgar Allan Poe.

#somiglianzenonrichieste

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