Ci sono due modi per elaborare un trauma

Quand’ero ragazzino ho sofferto di un disturbo alimentare che mi ha accompagnato per un bel tratto della mia vita, sono arrivato a pesare 45 chili ma nel Salento degli anni 90 non avevo molti appigli per comprendere cosa esattamente mi stesse accadendo così, semplicemente, ci convivevo. Una costante di quel lungo periodo sono stati i commenti sul mio corpo, ne ricevevo di continuo e da chiunque: che conoscessi o meno queste persone, rigorosamente adulte, per loro urgeva un obbligo irresistibile che era quello di dirmi “sei troppo magro”, con le variazioni “devi mangiare di più” o “perché non mangi?“.
Eh: a saperlo zì.


L’episodio forse più clamoroso è stato durante il mio esame di maturità: dopo la discussione il Presidente, che era un esterno quindi non aveva mai avuto l’opportunità di dirmi la sua sul mio aspetto, mentre mi stavo alzando mi disse “e comunque mangi un po’ di più”, dondolando la testa come a farsi da contrappunto. Il senso di invasione che mi procurò quella frase lo ricordo ancora adesso, era come se quello sconosciuto mi fosse entrato nello stomaco recidendolo per lungo. Ricordo una rabbia nitida che mi si stringeva intorno alla testa ogni volta che finivo bersaglio di questi commenti soprattutto perché sembravano scoccati in buonafede, con atteggiamento paternalistico, chiunque sentiva l’urgenza di avvisarmi su un fatto che per me era ovvio e inevitabile. La magrezza estrema è vissuta come una colpa, al pari di tutti i corpi non normati ma la magrezza reca con sé una sorta di scandalo, un portato antisociale, letteralmente contronatura: “chi rifiuta il cibo, rifiuta la vita”, credo fosse di Menandro ma potrei sbagliarmi.

Poi il disturbo ha cambiato forma. Ho cominciato a prendere peso, ad avvertire sempre più nettamente il senso della fame e adesso, apparentemente, sembrerebbe sia tutto apposto. Però mi è rimasto addosso quell’interrogativo: perché se vedi qualcosa che non ti piace nel corpo dell’altro comincia a pruderti un punto al centro del cervello che non riesci a grattare via se non dicendo la tua? Perché il Corpo dell’Altro ti risulta così insopportabile se non assomiglia a quello che ti hanno spiegato essere un corpo “normale”? E la questione del corpo si trasferisce su molte altre questioni: una volta è un corpo troppo magro, un’altra volta è un corpo sovrappeso, un’altra ancora è il ragazzino effeminato, poi è una donna con le smagliature, poi quella con le labbra rifatte, poi quella che si veste da zoccola, poi il frocio, poi il negro, poi lo zingaro, poi il povero. Tutte queste cose hanno la stessa identica radice: è il panico da “non normalità” sul quale si fonda il modello economico e sociale che abitiamo, è una cosa funzionale al Sistema che ha bisogno di conservare uno spettro centrale, “normale”, dominante, per nutrirlo attraverso l’oppressione delle due estremità di questo spettro, basti vedere come funziona il mondo del lavoro e, per estensione, il modello delle classi sociali: l’equità è incompatibile col Capitale che si fonda sugli squilibri di Potere, altrimenti a chi facciamo portare il McMenù in motorino sotto la pioggia a 4 euro lordi l’ora? Il Sistema funziona così, e fa schifo al cazzo e chiunque con un po’ di sale in zucca dovrebbe fare della propria vita un’ossessiva ricerca del modo per distruggerlo.
Ci sono due modi per elaborare un trauma.
Il primo è comprenderlo, accoglierlo e farci pace.
Il secondo è POLITICIZZARLO BRUTALMENTE

#corpinonrichiesti

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