L’agitata pensione di Ricky Gervais

“La ‘comedy’ deve prendere di mira chi sta in alto e ha più potere. Non deve mai prendere di mira chi sta più in basso. Ma a volte bisogna mirare in basso, per esempio per picchiare un bambino disabile”.

Qui c’è tutto quel che serve per capire Ricky Gervais. In questa battuta feroce e probabilmente infelice, tratta dal suo ultimo special Netflix, è sintetizzato il motivo per cui Gervais è stato uno dei comici più importanti della sua generazione, ma allo stesso tempo abbia pure un po’ rotto il cazzo.
Con quella battuta, e lo spiega chiaramente poco dopo, Gervais sta puntando l’attenzione sulla differenza tra scherzare “su” qualcosa e quel qualcosa realizzato effettivamente. È un vecchio tema della standup comedy libertaria di matrice anglosassone, che ha come unico scopo quello di aggredire la Cultura dominante e di sventrare gli ultimi tabù rimasti. A livello tecnico, in questi casi, la violenza è uno stile. Delle volte questo accade con uno scopo, delle volte no, ed è il caso di SuperNature, lo special Netflix di Gervais.

Anche in questo show, come in altre occasioni, Gervais non arretra davanti a nulla:

(Parlando di minoranze) “Sono un uomo bianco eterosessuale multimilionario…rappresento solo l’1%. Sono come Rosa Parks, solo che io lotto per non dovermi mai sedere su un autobus”

Non c’è bisogno di spiegare questa battuta, è chiaro che il target non sia Rosa Parks né i diritti della cittadinanza nera negli USA, ma in alcuni casi il target di Gervais è chiaro, in altri casi non tanto, e probabilmente non è chiaro manco a lui.
Nelle battute più smaccatamente transfobiche, che Gervais confeziona così di proposito perché il suo scopo è proprio quello di offendere, e attraverso l’offesa scatenare forme di pensiero nuovo (nelle sue intenzioni, almeno), compare un riferimento alle terf, cui il nostro presta il fianco evidentemente senza rendersi conto di appoggiare una posizione reazionaria, che è esattamente ciò contro cui egli dichiara di combattere. Qui compare la sua anima un po’ boomer, e bianca, e cishetta.

Di seguito l’estratto. Gervais sta simulando un dialogo tra una donna cis e una persona che difende i diritti delle donne trans, sulla questione dei bagni pubblici “per donne”.

“E se lui mi stuprasse?”
“E se LEI mi stuprasse! Terf del cazzo!”

Qui è evidente che Gervais sta puntando il dito contro una retorica politicamente corretta talmente ottusa, a suo parere, che tra uno stupro e l’utilizzo sbagliato di un pronome, vede prima l’utilizzo sbagliato del pronome. Però per farlo da un lato esprime un tipico luogo comune di destra (e di una sinistra rossobruna, diremmo da noi), che liquida la questione dei diritti civili a una specie di capriccio da borghesi annoiati, dall’altro dà ragione a chi sostiene che una donna trans, entrando in un bagno destinato a donne cis, possa rappresentare un pericolo “per status”. Il che è una tesi reazionaria, da terf appunto ma Gervais, questo, non lo sa. Non ci si sofferma, impegnato com’è ad aggredire quello che per lui è l’ultimo dei tabù: quello delle persone trans.
E ne è convinto.

Gervais attacca chiunque e offende chiunque, è quello il suo marchio di fabbrica, è una creatura punk priva di tatto e per questo fa ridere: la risata che scatena è una sorta di liberazione, si ride di qualcosa di terribile, che si sa essere terribile, e la risata dunque assurge in qualche modo a catarsi: il tabù viene liberato dalla sua gabbia puritana e viene normalizzato, se ne può parlare senza pregiudizi.
Il problema è che il pubblico di Gervais è consapevole che non si debba essere razzisti, è consapevole che non si debba essere misogini (qui siamo al 50% diciamo), è consapevole che picchiare i bambini disabili sia sbagliato, è consapevole pure dell’omofobia, ma sulla transfobia vacilliamo ancora un po’. Questo è il motivo per cui una battuta come “non ci sono donne divertenti” (=sappiamo che non è così, che è solo un luogo comune) oppure quella su Schindler’s List divertente (=si parla della più clamorosa tragedia che l’Occidente abbia vissuto nella sua storia recente), non si possano collocare sullo stesso piano di una battuta come quella sulle “donne col cazzo”, perché nell’opinione pubblica ancora non si è formata la consapevolezza che questa cosa “non vada bene”. Se il meccanismo della battuta di Gervais sta proprio (e quasi sempre) nel prendere qualche tabù (=non va bene) e nominarlo paro paro, per scatenare sdegno, non si può sorvolare sul livello medio di sensibilità del pubblico su un determinato tema. Se, oggi come oggi, fai una battuta transfobica, la gente (in media) ride perché la trova divertente, non ride scandalizzata o scomoda per quella risata, come per la battuta sul picchiare un bambino disabile, che è talmente esagerata e accelerata che ovviamente non fa leva sulla disabilità, ma colpisce per come è confezionata (arriva a sorpresa e arriva con un tabù nominato così com’è). Qui ovviamente non stiamo mettendo su un podio le discriminazioni, e c’è anche da dire che spiegare le battute lasci un po’ il tempo che trova, però è importante tirare le somme sullo stato dell’arte degli stereotipi, perché sulle persone trans ancora non si è formata una vera coscienza sociale sulla quale “scherzare”. Quindi il meccanismo della battuta di Gervais si disinnesca, e diventa una battuta reazionaria, indistinguibile dall’umorismo “da strada”.

Altre volte, in SuperNature, Gervais prende in piena faccia l’affollatissimo Tram del Qualunquismo: “è come con il fat shaming…non esiste il ‘cancer shaming’: cercano di salvarti la vita!” come a dire: puntare l’attenzione pubblica sul corpo grasso è una forma di cura verso i potenziali pericoli dell’obesità. Ma in quale Universo, Ricky? Forse nel tuo, quello del “maschio, bianco, etero e pieno di soldi” che farà un po’ da controcanto a tutto il suo monologo, evocato da egli stesso come a dire “non potete attaccarmi perché io sono il primo che attacca sé stesso”. Ma nessuno ti escluderà mai per la tua condizione di uomo etero bianco ricco “e in più” medicalmente sovrappeso.

Torniamo all’inizio del discorso: la comicità di Gervais sta tutta nel nominare un tabù esattamente così com’è, con lo scopo di indebolire l’impalcatura del buonismo, del politicamente corretto, visto come una forma di gabbia, un aspetto del bigottismo. Ma il bigottismo contro cui si scagliavano altri Maestri dell’eversione culturale, come Bill Hicks, George Carlin, la stessa Eddie Izzard nominata da Gervais a inizio spettacolo, è quello che impedisce alle donne di abortire, alle persone LGBTQIA+ di esistere, alle persone povere di vivere in altri settori della società diversi da quelli in cui la società le relega (cioè esattamente dove devono stare, in modo che la Chiesa possa esercitare il fetish della Carità), mentre il bigottismo contro cui si scaglia Gervais in SuperNature, esattamente, quale sarebbe? Quello che si sta sforzando di dare dignità a persone bersagliate, escluse, marginalizzate, bullizzate e ammazzate?
Boh: potevi fare di meglio, no?

“Ma io vivo per dare fastidio alla gente! Parlo di AIDS, carestia, cancro, Olocausto, stupro, pedofilia, ma mai scherzare sulla politica identitaria” [sic] “mai scherzare sulla questione trans: ‘vogliono essere trattate equamente!’. Sono d’accordo: è per questo che le includo”.
Ricky, tesoro: prendere per il culo le donne trans, utilizzando le stesse identiche categorie con cui le prendono per il culo per strada, non è questa efficacissima forma di inclusione, stai facendo esattamente quello che accade già, non stai agendo in nessuna direzione che non sia quella già esistente. Escluse erano, ed escluse le stai tenendo anche tu. Dunque: umorismo reazionario.
Qua entriamo però in un terreno scivoloso. Uno dei capisaldi della mia formazione comica, South Park, segue più o meno lo stesso solco, quello della satira ultra ultra ULTRA libertaria: non si arretra di fronte a nulla, nulla è Sacro, tutto è aggredibile. South Park ha toccato vette di transfobia inarrivabili, come il primo episodio della Nona Stagione (Mr Garrison fancy new vagina), o quelli dedicati a Catilyn Jenner, ma South Park è un ecosistema, è un “Mondo-Altro” ed è un Mondo simbolico, fatto di adulti incapaci di badare all’ambiente in cui vivono e vittime di un edonismo autoreferenziale che ne fa delle creature inadatte alla Cosa Pubblica. Gli adulti in South Park sono manichini svuotati della propria dimensione collettiva, politica, perfino affettiva, solo orientati alla difesa del proprio “spazio personale”. Queste creature (=il Popolo statunitense, per come lo vedono Parker e Stone) sono tolleranti verso le minoranze solo perché vogliono vivere in un ambiente nel quale siano libere di fare quel cazzo che vogliono, vivere dei propri piaceri negando però l’esistenza di ciò che invece dichiarano di voler tutelare: se vogliono starci dentro, le minoranze devono accettare di diluirsi in questo contesto socioeconomico edonistico e individualista. Capita dunque che il politicamente corretto, in South Park, crei un contesto sociale e politico in cui non solo “non sia ok” essere razzisti, omofobi o sessisti, ma proprio non possano esistere i razzisti, gli omofobi o i sessisti, che cresceranno e si organizzeranno indisturbati fino a giungere all’ascesa di Donald Trump, tra le stagioni 20 e 21.
Quindi South Park non arretra di fronte a nulla, come Gervais, ma ha un intento politico e satirico chiaro: il “politicamente corretto”, che è davvero un fatto di cui ci dovremmo occupare prima o poi, sortisce semplicemente l’effetto di rimuovere dalla vista sia le minoranze, sia ciò che le opprime, in poche parole le gentrifica culturalmente (altro tema centrale nelle ultime stagioni di South Park). Si può condividere o meno questa visione, ma è chiaro perché South Park fa quel che fa.
Gervais, invece, perché lo fa?

L’impressione è che Gervais stia combattendo contro i mulini a vento. È convinto che il problema della società in cui lui fa il comico (dunque verso la quale ha un compito, legato al suo ruolo), sia la dittatura del “politicamente corretto”. Ci sta, nella visione sopra menzionata di South Park (che però Gervais non adotta in pieno, fermandosi solo alla rottura dei tabù) e ci sta anche nell’Ecosistema di Problemi da uomo cis etero bianco e ricco, che sono gli stessi ingredienti che lui utilizza per la sua battuta citata più volte. Il fatto è che nella sua battuta Gervais attacca la propria posizione “privilegiata”, sottolineandone i rapporti di potere (spiattella in faccia al pubblico il proprio privilegio, rompendo un tabù), però per tutto lo spettacolo non fa altro che starci dentro mani e piedi, dimostrando qua e là di non avere proprio gli strumenti per comprendere per quale ragione la sua comedy, pur tecnicamente raffinatissima, pure frutto di uno studio filologico di grande impegno sia, forse, semplicemente un po’ invecchiata.

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