Perché recensioni, perché non richieste

“Una citazione all’inizio del testo conferisce all’articolo un’allure di serietà e competenza, specie se con orientamento a destra”

Alla mia età posso dire di avere piuttosto chiaro in mente quali siano le cose che mi riescono bene, e una cosa che so fare benissimo è giudicare, imputare, recensire, puntigliuzzare, inventare i verbi. Lo faccio da quanto ne ho coscienza: ricordo benissimo la mia prima recensione, come se fosse ieri, sganciata mollemente addosso al chirurgo che praticò il cesareo a mia madre.
Giudicai la sua pacca sul mio sederino “poco convinta, fiacca, timida e inefficace” e gli diedi due pallette e mezzo su cinque. Non male come voto complessivo, risollevato dalla seconda pacca, alla quale seguirono finalmente il mio urlo disperato per essere venuto al mondo e, appunto, la mia recensione.
Recensire è tremendamente naturale, per me, fa parte del flusso della mia veglia, è un rumore di fondo e non posso proprio farne a meno: da bambino lo facevo sempre ad alta voce, la qual cosa mi ha consentito di stare sul cazzo un po’ a tutti, perfino a mia madre; credo che lei non mi smutandasse al mio rientro da scuola perché certa che avessi già ricevuto sufficienti smutandamenti da parte dei miei coetanei, che continuavo a informare su ciò che pensavo di loro con lo stesso ostinato zelo, ogni volta.
Ricordo i miei trascorsi con Robertone, un mio compagno delle medie. Robertone aveva 16 anni e frequentava la seconda media, c’era qualcosa di preoccupante nell’ottuso accanimento col quale la scuola continuava a tenerlo inchiodato in mezzo a una marea di dodicenni; Robertone aveva la barba, e una sua manata poteva spezzarti in due come Bishop nell’Aliens di Cameron. Robertone mi salutava ogni mattina con un rutto poderoso nelle orecchie, un rumore mostruoso, un clangore meccanico, si faticava a credere avesse origini organiche. Il primo giorno di terza media Robertone era ancora lì. Si avvicinò, mi posò una delle sue enormi mani sulla spalla, mi trasse a sé con l’impeto drammatico di un ballerino di tango e fece partire questo tuono gorgheggiante nel mio povero cranio. Affatto colpito, quand’ebbe finito, mi voltai verso di lui e gli dissi che anche quell’anno ci propinava lo stesso repertorio di rutti, tutti uguali a sé stessi, per carità belli, ben fatti, innegabile il mestiere nel produrli, ma semplicemente gli stessi rutti dello scorso anno. Robertone ci rifilava così quelli che sembravano gli scarti non pubblicati dei rutti dell’anno passato: una mossa prudente, dunque poco interessante.
Mi tirò le mutande così in alto dietro la schiena che i coglioni mi lasciarono il segno sui lombi per giorni.

 

 

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